TESTIMONIANZE

Pubblichiamo una testimonianza sulla contenzione…

CONTENZIONE  IN  PSICHIATRIA

“Mi chiamo Alice Banfi, ho 28 anni e un diploma d’arte di illustratrice e designer, sono una pittrice e sono una paziente psichiatrica. Soffrivo di disturbo borderline di personalità, ora continuo a soffrirne ma cerco di conviverci. Vi spiego io che cos’è la contenzione… Io, che l’ho vissuta”.
Il primo ricovero a vent’anni: entrata nel reparto psichiatrico dell’ospedale,ho capito che ero all’inferno e che non mi sarei mai salvata; che l’unica via di fuga era la morte. Mi sentivo circondata da veri matti, i medici, che chiamavano cura le torture che m’infliggevano di continuo: contenzioni fisiche,psicologiche e farmacologiche. Lì nessuno mi ha mai spiegato il perché, nessuno mi ha mai spiegato cosa avevo, nessuno mi ha mai spiegato veramente come guarire. Quello che loro mi dicevano era che la mia malattia era una malattia genetica scritta nel  mio dna, dalla quale non si poteva guarire. Quando ero in SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) combattevo con tutte le mie forze per trovare un’altra via di fuga che non si limitasse alla finestra lasciata aperta per sbaglio dall’inserviente o a sgattaiolare dal passa-vivande della cucina. La mia arte era sicuramente il modo migliore per scappare, per protestare, per farmi sentire, ed anche per coinvolgere gli altri sofferenti come me. 
Passavo giornate intere a dipingere quel corridoio, e le persone a me care che lo abitavano. Addobbavo la mia stanza con fiori, pigne,disegni e figure. Una volta feci un meraviglioso collage, ci misi tre giorni e tre notti e lo appesi… Percorreva tutto il perimetro della mia stanza come una tappezzeria, vennero tutti a vederlo e sprigionava gioia. Venne anche il primario a vederlo… e a ordinare di toglierlo; ‘queste cose’ disse ‘in ospedale non si fanno’. La mia opera fu distrutta. Lo odiai. Tornai sull’idea che l’unica via di fuga era la morte e mi tagliai le vene. Mi salvarono, mi fecero una bella trasfusione e mi legarono al letto, per sicurezza, e per un tempo infinito…Mi ritirarono tutti i fogli, i libri e i colori, che mi vennero restituiti quando promisi che sarei stata brava e adeguata all’ospedale. Restituii tutte le lamette… o quasi… ed ebbi indietro il mio materiale. Dio, quanto li odiavo,perché dovevo fidarmi di loro? E poi le lamette mi servivano: a liberare  i miei amici dalle fascette, perché tutti venivamo legati a rotazione per i motivi più disparati. E le fascette erano sempre lì, appese alle balaustre dei nostri letti, pronte per essere utilizzate. Come si incazzavano medici e infermieri quando le tagliavo via! Col risultato che il mio amico o la mia amica, finalmente libero, si poteva finalmente rannicchiare sul fianco; rimaneva però immobile nel letto con la paura di venir legato ancora una volta, se scoperto dal personale, cosa che accadeva quasi sempre. Io, come probabilmente altri, quando venivo contenuta, cioè legata mani e piedi, non mi arrendevo.
Mi contorcevo, fino ad arrivare con la bocca alla fascetta della mano destra. Mordevo lo scotch che era fissato in molti giri attorno alla fascetta per renderla più stretta per il mio polso… mi liberavo… e con la destra liberavo la sinistra. In fine i piedi… che, essendo magra, riuscivo a sfilare, bagnandomi di saliva i talloni e forzando, tirando più che potevo.  Ci mettevo ore a liberarmi. Gli infermieri sorpresi mi chiamavano Houdinì;e ci mettevano 5 minuti a contenermi di nuovo, anche con lo spallaccio…Lo spallaccio è un lenzuolo arrotolato che viene passato dietro al collo, poi sotto le ascelle… in fine viene legato dietro e sotto la spalliera del letto da due infermieri. Il nodo del lenzuolo viene bagnato con un’intera bottiglia d’acqua, così che non si possa sciogliere.
Il risultato è la totale immobilità. Gambe, braccia e busto fino alla testa… bloccate. Quando mi trovavo così, inchiodata a quel materasso, non mi restavano che le urla, il pianto… poi il silenzio e l’attesa. Ma non mi arrendevo, facevo resistenza quando gli infermieri mi stringevano lo spallaccio… riuscivo ad allentarlo, poi a contorcermi nuovamente; riuscivo a far passare la testa sotto il lenzuolo, e di nuovo lavorare per liberarmi mani e piedi. Ci riuscivo,finalmente… ed ancora si riapriva quella porta… E più stretta, ogni volta,venivo rilegata. Per sopravvivere lì dentro io continuavo a lottare, ad attingere dalle mie capacità. Facevo collanine colorate assieme agli altri amici del corridoio e ci mettevamo in quel salone gelato a coprire il rumore della ventola con un po’ di musica e di chiacchiere, parlavamo, leggevamo e fumavamo a non finire. Una volta abbiamo sottratto un orribile quadro (l’unico) dalla sala mensa, che ci osservava ormai da mesi; rappresentava il volto di una donna triste, con una grossa lacrima che scendeva giù, giù, fino al mento. Straziante, in stile piccola fiammiferaia. E tutti in collaborazione lo abbiamo tolto dalla cornice, abbiamo fatto un simpaticissimo collage provocatorio pieno di tette, culi e frasi ironiche. Insomma, il quadro della donna depressa era un insulto alla nostra intelligenza. E così, quatti quatti, l’abbiamo sostituito e riappeso in mensa. A voi fantasticare, sulle reazioni del personale. Noi ci siamo divertiti da matti! Insomma, la mia materia è l’arte ma tutte le persone che erano lì con me, se coinvolte, stimolate, erano piene di risorse. Tornando a noi, abitanti del corridoio, quando gli sforzi per renderlo meno grigio e inumano diventavano troppo evidenti, subentravano le minacce divenir puniti: sedati e legati… uno bastava da esempio per tutti. E calavano le tenebre su di me, tornavo a voler sparire, a camminare avanti e in dietro per il corridoio guardando quei due orologi con due ore diverse ed entrambe sbagliate, tanto per essere più confusa; e fumavo, fumavo, fumavo, perché almeno questo era concesso. Ma, tra una testata nel muro e una trasfusione,non ho mai smesso di lottare, di dipingere, di raccogliere fiori e regalarli, di ascoltare la musica e le persone. Invece le mie risorse sono state del tutto messe da parte dai miei curanti in ospedale.
Dopo 340 giorni continuativi in SPDC, di fughe, rientri, contenzioni, farmaci e disperazione, il primario del mio reparto fu chiaro con mia madre: ‘Sua figlia è un caso terminale, o si ammazza lei o la uccidiamo noi con i farmaci; non c’è nessuna possibilità, potrebbe averne forse una su un milione, ma neanche, quindi è meglio che se la porti a casa, noi la di-mettiamo’.Il personale dell’ospedale disse a mia madre di prepararsi, di cominciare subito ad elaborare il lutto, che così sarebbe stato meno doloroso. Sembra assurdo, queste persone hanno fatto di tutto per evitare la mia cura e non offrirmi alternative. Dopo la dimissione dall’SPDC e nessuna indicazione per il futuro e visto il permanere della mia malattia, un familiare ci consigliò la strada della comunità,dove trovare protezione e cura. Comunità che mia madre ha ottenuto per me scavalcando tutto e tutti, lottando con ogni forza che aveva, per mesi, perché nessuno voleva darmi questa possibilità. Dopo due anni e mezzo di comunità terapeutica che mi ha permesso di superare i momenti più critici della malattia, venni dimessa e mi ritrovai di nuovo davanti: i servizi, il reparto psichiatrico, un’altra comunità, o il nulla.
Era estate e in attesa di prendere una decisione andai a Camogli. A Camogli scoprii di poter avere delle relazioni con gli altri, di poter confrontarmi con la realtà, di poter vivere… ma non sapevo ancora come… Facilmente ricascavo nel vuoto e mi ritrovavo a dover fare i conti con tutti i miei sintomi all’ennesima potenza. Ora ci vivo a Camogli, dove lavoro come pittrice ed ho una mia galleria. Grazie anche a chi ha creduto in me sognando con me: i miei amici di reparto, gli amici e gli operatori della comunità, la mia famiglia, mia madre e altri ancora,il mio psichiatra attuale… Insomma, chi mi ha riconosciuto come persona,sofferente certo, ma con delle capacità.
Con il tempo ho deciso di rispondere io alle mie domande. 
Tra una seduta e l’altra dallo psichiatra di fiducia studio su libri di psichiatria e neuroscienze di autori come Clarkin, Kernberg, Millon e altri. Libri che dovrebbero insegnare a medici specializzati come curare i loro pazienti, quali sono le terapie più adatte, quali le diverse fasi, come curare una persona come me. Perché nessuno lo fa?
Io ora metto in pratica ciò che imparo, studio e cerco di capire a fondo la mia malattia… posso aiutare me stessa e gli altri. Gli psichiatri che pensavano io non fossi all’altezza di capire, sono certa, non sono loro alla mia altezza, all’altezza di curarmi e di curare nessuno. 
Ogni paziente è all’altezza di avere una cura adeguata. 
Perché questa cura non c’è? Perché i reparti psichiatrici degli ospedali sono i peggiori, i più negletti e non funzionano mai? Perché vogliono ospedalizzarci, cronicizzarci,toglierci ogni speranza? E, per finire, perché le persone a cui mi sono rivolta,non hanno mai risposto alle mie domande, e continuano a non rispondere?
Grazie, Alice.
__________________________________________________________

DIRITTI UMANI NELLA REALTA’ DEI SERVIZI PSICHIATRICI

Sono una persona impegnata nel sociale e nel volontariato , vorrei segnalare qui alcuni aspetti del settore della psichiatria territoriale e riportare l’attenzione  riguardo a tante situazioni incresciose che continuano a manifestarsi. L’ennesimo caso di abuso e incuria anche questi giorni su tutti i giornali in una comunità psichiatrica ad Assisi.

Innanzitutto ci sono molte strutture e comunità che nonostante la tanto decantata riforma Basaglia, lo stesso Basaglia aveva forti dubbi sul processo di deistituzionalizzazione , si rivelano ancora come istituzioni chiuse fortemente  repressive, segno di un passato manicomiale ancora presente e vivo; le persone non hanno diritti alcuni una volta entrate in questa rete , e qui si verificano abusi e ingiustizie disumane e incredibili: privazione della libertà personale, di ogni libertà decisionale , di tutele , coercizione e violenza per quanto riguarda i trattamenti medici e psicologici, discriminazioni, pregiudizi.

Nella maggior parte delle strutture abitative comunitarie e nei servizi territoriali ambulatoriali mancano o sono carenti di veri programmi e iniziative riabilitative, ricreative, attività diurne , progetti volti all’ autonomia e all’ inserimento sociale e lavorativo del soggetto nella società. Le  conseguenze arcinote e sotto gli occhi di tutta la comunità, sono una cronicizzazione del disagio e l’ abbandono a se stessi di questi individui che rimangono soli e inascoltati. Aspetti questi molto gravi e ricorrenti.

Ancora oggi non esistono vere tutele e legislazioni a favore dei diritti delle persone soggette ai servizi psichiatrici . Non sono mai esistiti. Il cosiddetto LIBRO VERDE o la Conferenza di Helsinkj del 2005 per non parlare dello scandaloso “Manuale diagnostico dei disturbi mentali”, sono i manifesti del razzismo pregiudiziale e degli strumenti repressivi inefficaci di cui fa uso e abuso la vecchia psichiatria classica per cercare di contenere e spiegare la cosiddetta “malattia mentale” (presunte patologie psichiche mediante categorizzazioni e statistiche basate su nessuna reale evidenza scientifica concreta) .

Con tutto ciò che ne consegue : abuso di psicofarmaci ( in Umbria questi ultimi anni si è registrato un aumento notevole delle prescrizioni farmacologiche) abuso di diagnosi spesso sbagliate , invalidazioni, interdizioni, esclusione socio-lavorativa.

I servizi territoriali si rivelano incapaci di fornire una risposta adeguata alla crescente richiesta di aiuto e sostegno: risorse forse carenti o mal utilizzate e investite, linee guida e standard clinici obsoleti e inadeguati per la situazione attuale. Ad oggi risultano come unici mezzi o prevalenti : TSO e ricoveri, somministrazione massiccia di psicofarmaci .

Oltre L’50% delle risorse del fondo sanitario regionale viene impiegato nei ricoveri presso le residenze e comunità protette che nella maggior parte dei casi si rivelano luoghi di stazionamento prolungato e disfunzionale.

Non esiste legge al mondo che possa arrogarsi il diritto di spogliare le persone della propria identità e personalità civile e giuridica.

Togliere a una persona il diritto alla libertà ( fisica, psichica, di opinione , movimento, decisionalità…) è un crimine. Limitare o deprivare una persona della propria autonomia e capacità di scelta è un crimine.

Perché il punto è proprio questo : parliamo solo e sempre di PERSONA, non di cosa o diagnosi o caso clinico. PERSONA.

Nel PROGETTO DI LEGGE PER LA TUTELA SALUTE MENTALE approvato dalla Camera dei dep. Il 15 dicembre 2009, si legge che “le regioni sono responsabili dell’organizzazione e strategie di intervento dei DSM , stabiliscono i finanziamenti, accreditamenti, istituiscono tribunali per i diritti dei malati…..” si parla anche di commissioni di controllo , indici di qualità dei servizi, obiettivi da raggiungere…. Punti che si rivelano mai toccati o inesistenti. A cosa servono i vasti consensi e le belle parole se le sbarre continuano a esistere nelle nostre teste e nelle nostre coscienze?

Occorre svecchiare la situazione statica perugina , occorre rivedere e mettere in discussione una volta per tutte la questione e le problematiche degli spazi psichiatrici del territorio e strutturare interventi più incisivi e delineati in rispetto soprattutto alla dignità e libertà dell’individuo.

“a che cosa servono i vasti consensi suscitati dalla denuncia della violenza manicomiale e la promulgazione della nuova legge sull’assistenza psichiatrica se le mura dei moderni manicomi mantengono ancora il loro tragico dominio di sfruttamento? ” Ernesto Venturini “ Il giardino dei gelsi” 1979.

Perugia                                                                                 Eleonora  Favaroni

___________________________________________________________________

MA  QUALE  CURA?

Sono stato ricoverato per la prima volta nel 2014 in seguito ad un forte contrasto emotivo con la struttura che mi ha preso in carico da molti anni a causa del mio comportamento/carattere non idoneo alla vita sociale ed economica del paese. Ho sempre avuto difficoltà di inserimento sociale e lavorativo per via del mio modo di essere e di pensare contrastante con il Sistema Italia. Per “protesta” mi sono progressivamente isolato dal mondo fino a chiudermi in casa e non uscire mai. Insomma secondo il mondo esterno soffrivo di una forte depressione (e le cause non interessano a nessuno?) che andava assolutamente curata. Quindi sono stato sbattuto al CSM a incontrare mensilmente uno psichiatra e ad assumere psicofarmaci che col passare degli anni si sono moltiplicati, partendo da uno sono arrivato a tre e le dosi sono state sempre progressivamente alzate.

Dopo un periodo di tempo abbastanza lungo e molto collaborativo da parte mia, anche a causa di una vicenda molto dolorosa che mi è accaduta, ho avuto la mia prima reazione ostile al servizio (da loro chiamato attacco psicotico), ho semplicemente protestato in maniera molto emotiva, ma non ho aggredito nessuno fisicamente ne ho rotto niente, del fatto che non mi sentissi curato dal loro sistema, ma l’opposto. La loro cura consiste nel reprimere sempre di più le emozioni negative della vita (rabbia naturale o attacco psicotico?) usando gli psicofarmaci che bloccano tutto il nostro organismo opprimendolo in maniera mai vista prima nella storia umana. Una volta si usavano le catene, adesso si usano queste sostanze chimiche di alta scienza dette psicofarmaci. Le presentano come medicamenti, quindi dobbiamo pensare che siano per il nostro bene e che loro abbiano tutto l’interesse per curarci e renderci felici, siccome noi siamo resi infelici dalla malattia mentale. Un modo per stigmatizzarci, farci sentire in colpa, diversi dagli altri, esclusi. E’ molto triste la realtà quando inizi ad avere una reale consapevolezza di quello che ti fanno. Quasi impossibile uscirne, ti senti in trappola, imprigionato per sempre nel loro sistema di cure, nel manicomio (era magicamente stato abolito, ma nella sostanza si è solo evoluto meglio).

Dopo aver avuto il contrasto con gli operatori psichiatrici sono stato circondato in maniera molto minacciosa da tutti gli operatori presenti (psichiatri, infermieri) e sono stato costretto di fatto al ricovero coatto durato tre settimane e ad un immediato ricovero di 6 mesi in una struttura esterna, una cosiddetta comunità. Mi è stata cambiata totalmente la terapia farmacologica prescrivendomi un depot (iniezione a lento rilascio), Così da farmi sentire ancora più soggiogato e prigioniero. Nel frattempo però erano aumentate nei miei confronti delle finte attenzioni amorevoli che non facevano altro che aumentare il controllo nei miei confronti.

Infine sono stato ricoverato una seconda volta due anni dopo perché non mi sono presentato all’iniezione e li avevo veramente voglia di morire, perché ti senti annichilito e senza speranze di una vita dignitosa. Essere un paziente psichiatrico vuol dire avere meno diritti di qualsiasi altro membro della società, se hai consapevolezza mentre ti accade tutto ciò è terribile, molti pazienti finiscono per convincersi che hanno diritto alle cure e che è un sistema che li tutela.

La mia esperienza è stata questa, non credo che cambino le cose visto quello di cui è capace l’essere umano, la sua crudeltà, la sua meschinità, la sua bassezza.

Sono stato punito perché ho osato protestare contro questa struttura umana?

Giudicate voi.

Voghera (Pavia) – giugno 2017

___________________________________________________________________

LA MIA  STORIA…

Buongiorno, vi racconto la mia storia. Sono stata curata per 10 anni con un
cocktail di psicofarmaci composto da neurolettici ansiolitici antidepressivi e….non lo sapevo! Pensavo che questo psichiatra mi curasse per depressione!!Tutto questo è cominciato all’età di 35 anni. Verso i 45 decido di fare la patente (che non avevo mai fatto) e chiedo a questo dottore il certificato da portare alla motorizzazione.

Nel certificato c’era scritto che io soffrivo di psicosi!! Rimango sbalordita e chiedo chiarimenti al suddetto dottore. NON mi risponde e in breve mi trovo scaricata al CPS della mia zona. Spiego la situazione al CPS (beata ingenuità!!!) e anche a loro chiedo di poter togliere questa terapia!! Non mi aiutano a scalare e allora me li tolgo da sola!!

Seguono 4 anni di confusione mentale dovuti all’astinenza in cui il CPS non fa altro che
darmi nuovi psicofarmaci e diversi ricoveri!! In poche parole loro non considerano il mio stato come conseguenza ad aver tolto di colpo tutte quelle medicine, non lo considerano proprio, e continuano a “curarmi”!!!!!

Dopo l’ ultimo ricovero ad agosto del 2018 mi fanno la puntura mensile.
Finalmente a settembre del 2019 riesco a farmela togliere e loro mi dicono che me la tolgono, si, perché NON mi possono obbligare a continuarla,ma che secondo le statistiche io ne avrò ancora bisogno!!! Seguo colloqui recenti in cui questa dottoressa del CPS mi continua a “minacciare” dicendo che la puntura è sempre pronta …. appena lei si accorgerà che ne avrò ancora bisogno!!!! Io da questo sua atteggiamento mi sento minacciata e non più libera!!

Non si può stare col fiato sul collo così….eppure mi sta succedendo!!!