Amministratore di sostegno e psichiatria

Buongiorno
Ho 56 anni e vivo nelle Marche.
Proverò a sintetizzare la mia storia. Nel 2011 ho subito una truffa,
sono rimasta senza casa. I miei vicini mi suggeriscono di rivolgermi ai
servizi sociali, errore! Viene nominato dal tribunale, a mia tutela, un
giovane amministratore di sostegno, funzionario dei servizi sociali. Dal
2011 ad oggi con la sua poco oculata e lungimirante amministrazione mi
ha lasciata senza un centesimo ( ha bruciato più di 50.000 euro ).
Faccio un passo indietro. Dopo la morte improvvisa per tumore al
pancreas di mia madre, 2010, mi rivolgo ad una psichiatra del centro di
igiene mentale per avere un aiuto farmacologico. Era una psichiatra
dalla quale ero andata altre volte in passato sempre in periodi
difficili della mia vita.

Io sono contraria all’assunzione di farmaci quando esiste una terapia alternativa.

Invece la psichiatra mi prescrive un farmaco molto forte, Zyprexa. Il mio medico di base, che mi conosce da molti ann,i mi dice che quel farmaco non va bene per me.
Farmaco che io senza riferirlo alla psichiatra ho smesso di assumere dopo un po’
di tempo. Nel 2016 mi danno lo sfratto ed io mi lamento in alcune mail
con l’amministratore di sostegno che d’accordo con la psichiatra ( non
lo posso dimostrare ma ne sono più che sicura ) mi fa un ASO. Due
vigili mi sono venuti a prendere all’ora di cena mentre ero a casa di
una mia amica che mi aveva dato ospitalità. Mi dicono che la psichiatra
mi vuole vedere e che poi, finita la visita, mi riporteranno a casa.
Invece, una volta al pronto soccorso, la psichiatra dietro minaccia di
ricovero contenuto mi costringe a firmare un foglio in cui io accetto di
essere ricoverata nel suo reparto. Ci sono stata ben 34 giorni durante i
quali ho provato a chiedere di essere dimessa perché io stavo bene.
Inutile! Mi hanno somministrato farmaci e mi hanno fatto firmare un
foglio il giorno dell’uscita in cui io mi impegnavo a sottopormi a
terapia. Subito dopo l’amministratore di sostegno ha fatto domanda
all’Inps per la pensione di invalidità senza dirmi niente. Lei sapeva
che io non avevo più soldi, ma lo sapeva anche la psichiatra e sapevano
che non stavo lavorando e che ero rimasta sola, nessun familiare su
cui poter contare. Quindi gioco facile.

I servizi sociali non mi avrebbero dato un centesimo e se mi avessero dato la pensione, secondo loro, avrei risolto i miei problemi economici.

La commissione medica mi ha giudicata invalida al 75% in base a quanto scritto dalla psichiatra nel 2013 sempre con la domanda dell’amministratore di sostegno fui
chiamata a visita e mi riconobbero il 50% di invalidità. Sempre con la
diagnosi della psichiatra alla quale io mi ero rivolta. Aggiungo che di
questa dottoressa si dice che tenda ad abusare dei farmaci. Al momento
della visita avevo sospeso l’assunzione dei farmaci prescritti da
parecchio tempo). Io non ho accettato la pensione perché considero una
violenza il ricovero coatto e perché penso che sia stata una manovra
poco onesta per risolvere i miei problemi economici e non essere più un
peso per i servizi sociali. C’è gente con problemi più gravi dei miei
che avrebbe diritto ad una pensione di invalidità.

Voglio denunciare sia la psichiatra che l’ amministratore ma non so se ci sono i
presupposti.

Penso sarà molto difficile riuscire a dimostrare gli
errori commessi dalle due ” professioniste”. Ultima cosa, nella mia
cartella clinica non c’è scritto in modo dettagliato il motivo del
ricovero. Ed io la sera in cui fui portata al pronto soccorco chiesi
alla psichiatra di spiegarmelo, ma da lei non arrivò alcuna risposta.

L’AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO HA RITIRATO I SOLDI DELLA PENSIONE,
ARRETRATI COMPRESI, E CONTINUA A FARLO QUANDO SA BENISSIMO CHE AVREBBE
DOVUTO APRIRE UN CONTO CORRENTE CONGIUNTO, MA VISTO IL MIO RIFIUTO NON
LO HA POTUTO FARE. IL GIORNO 21 SARÀ SOSTITUITO. Spero di essere
stata chiara.

Cordiali saluti.

…da Pavia

Sono stato ricoverato per la prima volta nel 2014 in seguito ad un forte contrasto emotivo con la struttura che mi ha preso in carico da molti anni a causa del mio comportamento/carattere non idoneo alla vita sociale ed economica del paese. Ho sempre avuto difficoltà di inserimento sociale e lavorativo per via del mio modo di essere e di pensare contrastante con il Sistema Italia. Per “protesta” mi sono progressivamente isolato dal mondo fino a chiudermi in casa e non uscire mai. Insomma secondo il mondo esterno soffrivo di una forte depressione (e le cause non interessano a nessuno?) che andava assolutamente curata. Quindi sono stato sbattuto al CSM a incontrare mensilmente uno psichiatra e ad assumere psicofarmaci che col passare degli anni si sono moltiplicati, partendo da uno sono arrivato a tre e le dosi sono state sempre progressivamente alzate.
Dopo un periodo di tempo abbastanza lungo e molto collaborativo da parte mia, anche a causa di una vicenda molto dolorosa che mi è accaduta, ho avuto la mia prima reazione ostile al servizio (da loro chiamato attacco psicotico), ho semplicemente protestato in maniera molto emotiva, ma non ho aggredito nessuno fisicamente ne ho rotto niente, del fatto che non mi sentissi curato dal loro sistema, ma l’opposto. La loro cura consiste nel reprimere sempre di più le emozioni negative della vita (rabbia naturale o attacco psicotico?) usando gli psicofarmaci che bloccano tutto il nostro organismo opprimendolo in maniera mai vista prima nella storia umana. Una volta si usavano le catene, adesso si usano queste sostanze chimiche di alta scienza dette psicofarmaci. Le presentano come medicamenti, quindi dobbiamo pensare che siano per il nostro bene e che loro abbiano tutto l’interesse per curarci e renderci felici, siccome noi siamo resi infelici dalla malattia mentale. Un modo per stigmatizzarci, farci sentire in colpa, diversi dagli altri, esclusi. E’ molto triste la realtà quando inizi ad avere una reale consapevolezza di quello che ti fanno. Quasi impossibile uscirne, ti senti in trappola, imprigionato per sempre nel loro sistema di cure, nel manicomio (era magicamente stato abolito, ma nella sostanza si è solo evoluto meglio).

Dopo aver avuto il contrasto con gli operatori psichiatrici sono stato circondato in maniera molto minacciosa da tutti gli operatori presenti (psichiatri, infermieri) e sono stato costretto di fatto al ricovero coatto durato tre settimane e ad un immediato ricovero di 6 mesi in una struttura esterna, una cosiddetta comunità. Mi è stata cambiata totalmente la terapia farmacologica prescrivendomi un depot (iniezione a lento rilascio), Così da farmi sentire ancora più soggiogato e prigioniero. Nel frattempo però erano aumentate nei miei confronti delle finte attenzioni amorevoli che non facevano altro che aumentare il controllo nei miei confronti.
Infine sono stato ricoverato una seconda volta due anni dopo perché non mi sono presentato all’iniezione e li avevo veramente voglia di morire, perché ti senti annichilito e senza speranze di una vita dignitosa. Essere un paziente psichiatrico vuol dire avere meno diritti di qualsiasi altro membro della società, se hai consapevolezza mentre ti accade tutto ciò è terribile, molti pazienti finiscono per convincersi che hanno diritto alle cure e che è un sistema che li tutela.
La mia esperienza è stata questa, non credo che cambino le cose visto quello di cui è capace l’essere umano, la sua crudeltà, la sua meschinità, la sua bassezza. Sono stato punito perché ho osato protestare contro questa struttura umana? Giudicate voi.

Voghera(Pavia) – giugno 2017

Testimonianze

Riteniamo fondamentale dare voce alle testimonianze di persone che hanno avuto esperienze dirette nell’ambito psichiatrico. Inauguriamo questo specifico spazio virtuale pubblicando il vissuto di un operatore sociale anche con la finalità di stimolare la denuncia pubblica delle consuete pratiche psichiatriche anche da chi non le ha direttamente subite sulla propria pelle.La cultura manicomiale basata su pregiudizi,paure e volontà di omologare e patologizzare ogni individualità,è ancora da estirpare.Noi da tempo ci stiamo impegnando.Che ognuno fornisca il suo contributo in questo lungo e tortuoso percorso.

SERVIZIO SOCIALE E PSICHIATRIA:TRA VIOLENZE, ABUSI E SILENZI

Servizio sociale e psichiatria: tra violenze, abusi e silenzi

Unione montana Val Trebbia/Luretta,ospedale di Bobbio(Pc) e Servizio psichiatrico (S.P.D.C) di Piacenza.

Per mezzo di tale scritto si vogliono denunciare pubblicamente le numerose e gravi mancanze del Servizio sociale dell’ Unione montana Val Trebbia e Luretta(responsabile Mazzocchi Lucia),davanti a violenze e abusi che ha subito un utente(disabile)del Servizio Sociale,presso il reparto di degenza dell’ospedale di Bobbio e il servizio psichiatrico di diagnosi e cura(S.P.D.C) dell’ospedale di Piacenza(direttrice d.ssa Chiesa/responsabile d.ssa Arcelloni) .

Premetto che si ha la volontà di affrontare la questione non in modo vittimistico,ma solo in nome di un profondo disprezzo nei confronti di pratiche umanamente condannabili(e penalmente punibili).

Le numerose criticità personalmente esposte dal sottoscritto,educatore professionale in servizio presso l’Unione montana dal 1.7.2016 al 9.9.2016,alla responsabile del Servizio Sociale,hanno comportato una richiesta ingiustificata di trasferimento effettuata dal mio ex-datore di lavoro,la cooperativa sociale Coopselios e la spedizione di una diffamatoria e infondata diffida da parte dell’avvocato Mozzi Mario a nome del Servizio sociale.Con tale lettera,a cui ho risposto con gran piacere,si diffida paradossalmente il sottoscritto di incontrare proprio l’utente che ha subito le violenze presso i reparti ospedalieri, con il quale il sottoscritto ha sempre avuto un ottimo rapporto e tutt’ora incontra personalmente(diffida inviata per conoscenza ai carabinieri di Bobbio e Ottone,per intimidazioni tanto inutili quanto infantili).

Chi ha il coraggio di dissentire e criticare apertamente gravi mancanze di fronte al verificarsi di violenze e abusi,interventi che personalmente ritengo diseducativi,la mancanza di strumenti necessari per svolgere adeguatamente un lavoro prettamente territoriale nonchè la gestione di un Servizio Sociale che in più occasioni non ha “concesso” un reale confronto e una necessaria condivisione dei vari interventi predisposti dal Servizio, è ovviamente degno di un vergognoso e immotivato trasferimento.

E’ evidente che chi ha paura del confronto espelle l’elemento critico creando pretestuose e fumose motivazioni da me facilmente demolite una per una e messe a conoscenza al presidente dell’ Unione montana Lodovico Albasi nonchè ai vari responsabili della Coopertiva sociale Coopselios(tra cui Danila Bocelli) per cui lavoravo.Sia chiaro,non per porre credibilità a cariche istituzionali/aziendali e illudermi conseguentemente che le regole del gioco possano realmente cambiare grazie a chissà a quale loro intervento,ma solo perché un domani tali responsabili non possano permettersi di dichiarare di non sapere nulla della vicenda.Anche in questo caso le istituzioni si sono trovate in difficoltà nel legittimare certi miserabili attacchi personali e conseguentemente la loro risposta è stato il consueto silenzio.I miei reali interlocutori sono stati e saranno sempre gli utenti e i loro familiari,amici,colleghi,collaboratori e conoscenti residenti in una valle che indubbiamente non merita certi servizi…

La responsabile ha assunto una scelta di natura a dir poco dittatoriale,spingendosi ben oltre al consueto approccio autoritario dei Servizi Sociali.Tale ingiustificata scelta non è stata mai concretamente posta in discussione dal mio ex-datore di lavoro,in nome di un silenzio che non mini i rapporti di interesse economico tra Ente e Cooperativa.Un silenzio di cui non mi stupisco ma che nemmeno bisogna normalizzare,in particolar modo in un campo,quello sociale, dove qualcuno pensa ancora di riscontrare sensibilità umane e scelte realmente etiche che altrove, in una mondo sempre più plastificato e dominato dalla sacralità del profitto,sono da tempo scomparse.Silenzi trasversali e indirettamente complici anche di violenze e abusi subiti da un soggetto,purtroppo uno delle tante individualità a cui la libertà e la dignità viene calpestata all’interno di Servizi ed Enti che teoricamente dovrebbero tutelare.

Per una maggiore comprensione in merito ai fatti di cui scrivo,riporto in breve i fatti verificatesi la scorsa estate.

In data 22.7.2016 un utente del Servizio sociale è stato purtroppo sottoposto a una visita psichiatrica(richiesta dal dottor.Beccia e mai sostenuta dal sottoscritto) nella quale la psichiatra,non minimamente criticata dalla figura educativa presente in quel momento,ha ritenuto necessaria una veloce e sbrigativa sedazione e un conseguente trasferimento presso l’ospedale di Bobbio nel quale la persona è stata sottoposta a una continua sedazione per mezzo di elevate dosi di psicofarmaci(rivelatasi comunque non risolutiva come dichiaratomi anche dai sanitari).Nel giorno seguente(23.7)pur non richiestomi dal servizio Sociale, mi sono recato volontariamente in reparto per monitorare personalmente le condizioni di salute del ricoverato e durante le due visite la persona non era minimamente reattiva.Disteso sul letto totalmente sedato.

Ho sempre apertamente criticato il sostanziale disinteresse del Servizio Sociale in merito alla difficile situazione dell’utente,delegandone totalmente la gestione ai sanitari.Sarebbe stato evidentemente doveroso e necessario da parte della responsabile del Servizio sociale richiedere l’intervento degli educatori presenti sul territorio.Sulla base della relazione instaurata con il ricoverato,gli educatori potevano disinnescare pratiche pericolose,violente e non minimamente risolutive(sedazione farmacologica) e il successivo trattamento violento e coatto(T.S.O-trattamento sanitario obbligatorio) richiesto dai sanitari dell’ospedale di Bobbio(con la presenza di ben 7/8 carabinieri di Bobbio…).Il soggetto in questione nella mattinata di domenica 24 luglio è riuscito finalmente ad alzarsi in piedi(dopo quasi due giorni di continua ed elevata sedazione) e recarsi,barcollando,presso la struttura residenziale(ex-seminario di Bobbio)poco distante dall’ospedale,dove in quel periodo era domiciliato.Nella giornata di domenica 24 luglio non era presente a Bobbio nessun psichiatra in servizio presso l’ente pubblico che potesse confermare la richiesta di predisporre un T.S.O,come la legge 833 prevede.Non esistevano le condizioni necessarie per richiedere un trattamento coercitivo ma in ogni caso la persona ha subito indiscutibilmente una pratica violenta.Il soggetto è stato trasferito in S.P.D.C di Piacenza dove è rimasto fino al 5 agosto.

In più occasioni l’assistente sociale dell’ Unione montana ha riferito di aver visto personalmente,durante le visite presso il reparto psichiatrico,il soggetto contenuto al letto con fasce alle caviglie e ai polsi.

In data 2.8 mi reco personalmente,per la terza volta,presso il reparto ospedaliero per poter incontrare la persona ricoverata e decido di chiedere alla d.ssa presente in reparto e alla direttrice Chiesa, specifiche informazioni riguardo lo stato di salute visto che gli operatori sanitari incontrati nel corridoio pochi istanti prima si lamentavano della situazione.

Ho personalmente domandato ai medici se stavano ancora adoperando la contenzione meccanica.La a risposta è stata affermativa,presente la direttrice Chiesa.

La d.ssa(non conosco il suo nominativo) ha dichiarato che nel momento in cui il soggetto sedato vuole alzarsi dal letto e rischia conseguentemente di cadere a terra,i sanitari intervengono contenendo il paziente.Ho risposto che la contenzione meccanica è in primis una pratica atroce e disumana,solo funzionale a creare paradossalmente ulteriore sofferenza nonchè inutile, facendo presente che la semplice presenza di un operatore al fianco del paziente può evitare cadute.Ricordo ai sanitari che la legge considera la contenzione meccanica una pratica estrema, da attuare solo in casi di assoluta necessità e da interrompere immediatamente nel momento in cui i motivi che l’abbiano causata siano cessati.Valuto indegna una legge che concede alla psichiatria il potere di valutare soggettivamente una situazione di pericolo per il paziente e per le persone che gli stanno intorno e conseguentemente legittimare la contenzione.Nel caso specifico è ingiustificabile non solo umanamente ma anche sotto l’aspetto legale visto che la possibilità di evitare la caduta del paziente senza la contenzione meccanica(e nemmeno chimica/psicofarmaci)esisteva.

Il confronto verificatosi per pochi istanti presso il salone del reparto viene ovviamente stroncato dalla d.ssa(al fianco è sempre presente la direttrice Chiesa,che ascolta ma non interviene personalmente)per mancanza di tempo e viene rimandato al momento in cui incontrerà l’assistente sociale.Tale confronto è stato giudicato negativamente dalla responsabile del Servizio sociale con testuali parole:”non puoi andare a dire cosa devono fare i medici”.Solerte a richiamare l’operatore ma indifferente alle violenze che si stavano verificando in reparto.L’operatrice socio-sanitaria in servizio presso l’ex-seminario di Bobbio ha dovuto medicare per due settimane le escoriazioni alle caviglie e ai polsi provocate dalle fasce adoperate in psichiatria/manicomio.

Ognuno tragga le sue conclusioni ma non pensate che l’omertà tra i Servizi si riscontra solo in casi eccezionali e che la violenza dei trattamenti psichiatrici non sia la prassi.

E’ strettamente necessario e urgente sostenere i soggetti che rischiano di cadere nella morsa della pseudo-scienza psichiatrica,mobilitarsi per disinnescare approcci e pratiche disumane e predisporre reali percorsi di sostegno in pieno rispetto della libertà e della dignità dell’individuo.

Che familiari,amici,conoscenti e operatori non stiano a guardare.

Certi silenzi vanno infranti senza indugio,ogni giorno e ovunque.

Val Trebbia(Pc)-gennaio 2017 Educatore prof.le Loris Donazzi