Psichiatria: Ancora persone legate al letto

Persona ricoverata presso il reparto di psichiatria(SPDC-reparto psichiatrico di diagnosi e “cura”) di PIACENZA è stata per ore legata al letto.

Per l’ennesima volta la psichiatria svela la vera natura della propria fantomatica”cura”

Ancora una volta l’indignazione ci spinge a spezzare quel silenzio che troppo spesso legittima una delle più atroci pratiche psichiatriche:la contenzione meccanica,ovverossia legare il soggetto al letto con fasce ai polsi e alle caviglie.

E la chiamano “pratica terapeutica”!

Ma di che stupirsi! In psichiatria,dove la violenza è “terapia”, queste pratiche sono la prassi.

Nel caso specifico,la persona è stata legata al letto non solo nei momenti che gli psichiatri definiscono soggettivamente “ingestibili”,ma anche nel momento in cui si voleva evitare che la persona cadesse a terra.Niente di più assurdo.Affiancando un operatore che assista la persona nel momento in cui richiede di potersi alzare dal letto,si eviterebbe,molto semplicemente,la contenzione solo in grado di creare ulteriore sofferenza. Constatiamo come troppo spesso i medici presso i vari servizi psichiatrici(in primis nei reparti di diagnosi e cura-S.P.D.C e nelle residenze a trattamento intensivo-R.T.I) calpestano,spesso con la complicità “silenziosa” di familiari e Servizi sociali(nel caso specifico i Servizi dell’ Unione montana Val Trebbia) i pochi diritti delle persone recluse(in TSO-trattamento sanitario obbligatorio o in regime volontario,che sia).La contenzione meccanica è consentita dalla legge solo per il tempo necessario per somministrare la “terapia” farmacologica:contenzione chimica con elevate dosi di psicofarmaci.E’ questa l’unica arma che la psichiatria sa mettere in campo per sedare e non certamente per “curare”, le problematicità abilmente patologizzate dagli psichiatri senza ovviamente interessarsi alle reali ragioni del malessere. Nella realtà la contenzione umilia,calpesta,distrugge la dignità dell’individuo e conseguentemente impedisce di creare le condizioni necessarie per poter affrontare le problematicità che le persone incontrano nella propria esistenza,ovverossia un reale ascolto nell’assoluto rispetto della dignità e della libertà del soggetto.Siamo consapevoli che a volte non è una passeggiata…ma è evidente che è la psichiatria non ha nessun interesse ad affrontare le questioni con modalità differenti dal patologizzare,infatilizzare e omologare la persona,ormai declassata a “malata mentale”, che cade nei suoi circoli viziosi da cui troppo spesso è difficile liberarsi.

BASTA CONTENZIONE, BASTA MANICOMI!!

TELEFONO VIOLA –Piacenza

www.telefonoviola.org antipsichiatriapc@autistici.org

Linea d’ascolto contro gli abusi della psichiatria e per liberarsi dalla morsa psichiatrica

OMICIDIO CASU – INGIUSTIZIA E’ FATTA

Il 26 Ottobre 2016, a dieci anni dalla morte di Giuseppe Casu, l’interminabile vicenda processuale legata alla sua uccisione nel reparto di psichiatria di Cagliari, è giunta alla sua assurda e grottesca conclusione: tutti innocenti i responsabili dell’assassinio di quest’uomo, unici colpevoli i militanti antipsichiatrici che hanno osato sollevare il caso. Questa tragica storia merita di essere ricordata ancora una volta, per come riassume in se la natura criminale del potere, in tutte le sue articolazioni.

Nel Giugno 2006 viene sottoposto a TSO un venditore ambulante di Quartu Sant’Elena, Giuseppe Casu. La richiesta parte dall’amministrazione comunale di Quartu (sindaco Ruggeri) impegnata in un’aggressiva campagna per cacciare i venditori ambulanti dal centro. Poiché, nonostante le numerose multe, Giuseppe Casu insiste a presentarsi in piazza con la sua motocarrozzella piena di verdure, dal comune organizzano per lui una vera e propria trappola.

Tutto avviene molto rapidamente, i giornalisti sono stati preavvisati e attendono dietro l’angolo, intervengono i carabinieri con le guardie municipali, spunta anche un’ambulanza. Gli agenti lo afferrano con la forza, di fronte a tutti, lo sbattono a terra, lo immobilizzano. Giuseppe Casu viene caricato, ammanettato alla barella e portato via. È in atto un ricovero coatto in psichiatria.

Il signor Casu non era mai stato in “cura” da uno psichiatra, il suo ricovero all’ospedale SS. Trinità di Cagliari, oltre a non avere alcuna giustificazione “medica”, è illegittimo ed illegale, infatti il giudice non ha convalidato il TSO entro la scadenza stabilita per legge. Tecnicamente si tratterebbe di abuso di potere e sequestro di persona, cosa per cui sono stati incriminati, processati, e poi naturalmente assolti, sette medici del reparto di psichiatria, a cominciare da Turri, allora primario. Dopo sette giorni di contenzione ininterrotta (legato al letto mani e piedi) e di sevizie impropriamente spacciate come “cure”, Giuseppe Casu muore.

Per la morte, non certo accidentale, di quest’uomo vengono incriminati e processati il primario Turri e la dottoressa Cantone. I periti del tribunale attribuiscono la sua morte a diversi fattori, dalla lunghissima stasi dovuta alla contenzione, a uno psicofarmaco fortemente tossico per il cuore l’Aloperidolo che gli è stato somministrato in dosi massicce assieme ad altri farmaci pericolosi e inutili. Immediatamente dopo la sua morte, i familiari e il “Comitato verità e giustizia per Giuseppe Casu” chiedono giustizia per quest’uomo e per tutta risposta i resti anatomici della vittima vengono fatti sparire dall’ospedale e sostituiti con quelli di un altro paziente! Lo scandalo che ne segue è tale che i primari dei reparti coinvolti vengono sospesi dal servizio e in psichiatria si avvia un timido tentativo di riforma, per ridurre almeno le pratiche più violente e letali. Poi, poco a poco, tutto torna come prima: viene reintegrato in servizio l’ex primario dott. Turri, che viene poi assolto nel processo di primo grado, assieme alla dottoressa Cantone. Il primario di anatomia patologica invece, dopo una prima assoluzione in primo grado, viene condannato in appello ad Aprile 2013, per aver fatto sparire i resti anatomici del signor Casu. La sparizione dei resti della vittima ha però sortito il suo malefico effetto, infatti, il 19 Settembre 2013, i giudici di appello, non potendo accertare precisamente le cause della morte di signor Casu, assolvono i medici Turri e Cantone anche nel secondo e terzo grado di giudizio. Evidentemente il delitto paga!!

Per la morte del signor Giuseppe Casu nessuno è colpevole. Colpevoli sono invece alcune/i attiviste/i, per aver volantinato davanti al reparto di psichiatria, nel 2009, quando il dott. Turri dopo un anno e tre mesi di sospensione preventiva, viene reintegrato. La rabbia per l’arroganza di questa imposizione fa loro utilizzare per il primario l’appellativo, forse poco elegante, di assassino. Nell’occasione vengono identificat* da una volante della polizia e in seguito denunciat* dagli avvocati di Turri per “diffamazione” e processat*. Assolt* in primo grado, vengono poi condannat* in appello, su richiesta della procura generale. Una condanna che ha il sapore di una intimidazione e di una vendetta.

Il messaggio è chiaro, sulla tragica vicenda del signor Giuseppe Casu va messa una pietra tombale, i responsabili, tutti inseriti nelle schiere dei poteri forti locali, non ammettono critiche. Noi siamo invece di parere opposto, per tutta la durata dei processi non abbiamo mai smesso di denunciare l’accaduto e la necessità di sostenere, anche economicamente i militant* che hanno subito una condanna, sarà l’occasione per continuare a farlo. Contro le sevizie psichiatriche di ieri e di oggi

G.A.P. Cagliari

SPUNTI CRITICI AL SEMINARIO “ANTIPSICHIATRIA E RESISTENZA ANIMALE”

Parallelismi  e l’inscindibile legame tra animale umano e non. Selezioni e repressioni. Resistenze e intersezioni.

Se volete inoltrate ai vostri contatti e pubblicate pure sui vostri blog/siti.

Buona lettura.

Nell’introduzione all’importante testimonianza di Giuseppe Bucalo, viene menzionato come intento degli organizzatori, quello di schierarsi a fianco e non alla guida di quegli animali che agiscono per la propria libertà, salvo poi riconoscere l’inevitabilità di tradurre la loro protesta attraverso parole umane. Per rappresentare la condizione animale si utilizzano termini quali resistenza, rivolta, evasione, addirittura tentativo di vita diversa. Parole che si fissano inevitabilmente a concetti, di cui non si può disconoscerne l’implicazione e la densità storica. A tal proposito, non si cerca attraverso questo elaborato critico, di minimizzare la complessità dell’essere animale nelle sue manifestazioni fisiche, psichiche, emotive, affettive e perchè no anche culturali. Oggetto della contestazione, sono le argomentazioni rispetto le quali sarebbe possibile associare esistenze animali ad esistenze psichiatriche, manicomi e canili, in virtù di un comune assoggettamento ad un apparato repressivo. La debolezza teorica delle argomentazioni in oggetto è frutto di un riduzionismo che confonde un sistema che opera in modo repressivo, in vista di una razionalità produttiva (allevamenti intensivi) o scientifica (vivisezione) ed un altro che opera “creativamente”, attraverso tecniche finalizzate a fornire le prove scientifiche della patologia. Foucault, introduce a tal proposito il concetto di visibilità della malattia. A cosa servirebbe amministrare il denaro dei pazienti se non a sottoporre questo stato di privazione alla visibilità e al giudizio altrui? Difatti, si dissente da quanto sintetizzato da Giuseppe Bucalo, attraverso questo pensiero: “In ambito psichiatrico non c’è niente che non sia esclusivamente parola o definizione: perchè non c’è nessuna sostanza, non c’è nessuna malattia e non c’è nessuna cura. Tutto è sorretto dalle parole”, poichè non è il logos ad attivare il pregiudizio, ma lo sguardo. E’ esponendosi alla visibilità che si provoca un’emozione, per incutere timore la malattia mentale deve esprimersi attraverso l’evidenza di una sintomatologia. Nel testo si trova un raffronto rispetto a quanto detto, tuttavia si tratta di una citazione isolata e si disperde nella genericità della discussione. Si esprime l’importanza di elaborare narrazioni diverse, costruire un’altra storia, tuttavia a tal proposito viene menzionata l’esperienza di Giorgio Antonucci per esaltarne le gesta di “regista” del gesto di liberazione. Ci si dimentica dunque che quelle persone…si sono liberate!!! Ma come…così attenti\e verso gli ultimi e vi siete dimenticati\e di loro??? Queste defaillances rimandano all’inevitabilità di costruirsi narrazioni rassicuranti e affidarsi ai liberatori di professione, consegnando i pazienti psichiatrici al ruolo passivo della vittima, proprio ciò che più volte viene retoricamente criticato. Servono si narrazioni diverse, ma in prima persona. Il racconto di Giuseppe riguardo alla propria esperienza antipsichiatrica è sicuramente molto emozionante e ricco di vivide suggestioni, ma quando la narrazione cerca raffronti nell’ambito dello sfruttamento animale i pensieri appaiono confusi. Cita l’addomesticamento come fattore unificante tra i due argomenti, dimenticando che è una condizione universale di assoggettamento e non relativa alla sola sfera psichiatrica.
Giuseppe esprime comunque un pensiero condivisibile: riguardo agli animali conosciamo ben poco.
Possiamo avvicinarci a loro, relazionarsi con rispetto verso esseri ed esistenze diverse, ma non si può far a meno di rappresentarli nell’immaginario collettivo, nella cultura popolare, dunque di oggettivarli. Proprio questo spunto introduce un altro elemento di critica. Nella documentazione prodotta si parla solo dell’approccio psichiatrico come negazione della libera espressione, dell’intenzionalità ad autodeterminarsi,
omettendo che mediazione e contrattazione son concreti elementi su cui poggia la convivenza sociale. Come telefono viola, si preferisce approcciarsi alle autobiografie, alle esperienze, alle scelte e ai comportamenti, non attraverso categorie identitarie fisse, ma con la consapevolezza di accogliere possibili espressioni della transitorietà di un percorso evolutivo, che è ogni esistenza umana. Non ci interessa fare la narrazione del gesto ribelle, per introdurre la complessità delle storie e raccontare la psichiatria. Si è consapevoli che la conflittualità è un elemento importante nella trama psichiatrica, ne è talvolta la protagonista, tuttavia la psichiatria agisce in modo preventivo, poichè il fine ultimo non è la repressione, bensì la presa in carico, il governo del vivente. Difatti, i servizi psichiatrici attraverso “l’eccezionalità” delle loro misure, attaccano direttamente gli elementi di normalità nella vita dei pazienti: l’autonomia e le relazioni sociali. Le relazioni tecniche sperimentate, scoraggiano legami di complicità che solo un amico o amica ti può dare…magari insieme ad un rimando critico!!! Spesso le persone che si incontrano, ci riportano di riuscire a stringere relazioni significative e leali solo con altri pazienti psichiatrici, ciò misura la distanza del cosiddetto mondo normale con la moltitudine dei cosiddetti matti. A proposito di normalità…ma anche di solitudine!
Succede così che, sul lungo periodo, il bisogno più esplicito che esprime una persona “in carico” ai servizi, sia proprio autodeterminarsi attraverso l’acquisizione di elementi della quotidianità che il pregiudizio e la prassi psichiatrica trasfigurano, per poi surrogarli sotto forma di “percorso terapeutico”.
Il lavoro del telefono viola, spesso muove a partire da una prospettiva di riduzione del danno. Questa condizione ci ha abituati all’ascolto, al dialogo, alla negoziazione. Grande ricchezza di questo percorso, è mettersi in gioco in vista di un miglioramento sostanziale nella condizione di vita di chi ci contatta. Questo obiettivo altamente soggettivo, spesso passa attraverso la richiesta di afferrare punti fermi, come per esempio un lavoro, una casa, minacciati dall’istituzionalizzazione.
In un intervento contenuto negli atti, si legge che nei manicomi è difficile ribellarsi così come in un allevamento. A scanso di equivoci è opportuno risottolineare la funzione dei luoghi della psichiatria. Gli SPDC servono anche a gestire “l’emergenza”, ma sono soprattutto i luoghi in cui viene estorta una “falsa confessione”, dove la malattia prende le sembianze di un corpo, dove si mettono a punto le condizioni e le strategie della presa in carico, dove si interiorizza l’habitus del malato mentale. Dopotutto, il senso è implicito nella sua denominazione: la diagnosi è la rappresentazione scientifica di questa visibilità, di questa confessione estorta attraverso tortura; la cura è la prassi in vista di una presa in carico. Pertanto, il contributo che può dare la vivisezione nel realizzare quadri diagnostici in ambito psichiatrico, come affermato nel testo, è pur sempre di dubbia portata vista la presenza di un “setting così reale”, per usare il loro cinismo. Infine, nel dibattito si parla di un’ulteriore connessione tra i due ambiti, rispetto alla presenza di due dimensioni: quella etica e quella scientifica. La questione psichiatrica non può esser risolta senza affrontare la sua dimensione politica e gli interrogativi che essa pone. La posta in gioco è la negazione del diritto di scegliere se e come curarsi. Non tanto è giusto o sbagliato, vero o falso. Porre l’attenzione sull’obbligatorietà dei trattamenti, aiuta a riflettere su come il nostro senso di comunità sia attraversato dalla paura, tanto da sacrificare avanzamenti civili importanti sull’altare della psichiatria. Rispetto a quest’ultimo concetto conveniamo con Giuseppe, quando parla di una mediazione per favorire una risposta sociale diversa dalla psichiatria. E’ necessario che individui e comunità non ne abbiano più bisogno, attraverso una partecipazione diretta nelle decisioni che la riguardano direttamente. Dopotutto, la convivenza è la sfida più importante.

TELEFONO VIOLA  Bergamo,Piacenza,Sicilia    www.telefonoviola.org
linea d’ascolto contro gli abusi della psichiatria e per liberarsi dalla morsa psichiatrica.

IL RICATTO ECONOMICO DELLA PSICHIATRIA

Richiesta di supporto economico a chi ha deciso di liberarsi dalla morsa psichiatrica.

Nel dibattito interno ai Telefoni Viola, da tempo si profila la necessità di affrontare con spirito critico i limiti oggettivi che il nostro intervento sul campo evidenzia. L’aspetto spinoso, del quale vorremmo parlare in questo documento, è un deficit strutturale di risorse utili ad affrontare con strumenti efficaci l’isolamento di chi è istituzionalizzato/a.
Talvolta, la solitudine è una condizione che funge da sintomo per un certo interventismo psichiatrico, spesso ne è tuttavia un effetto collaterale. Riteniamo dunque, un passaggio fondamentale poter sostenere concretamente quanti/e intendano intraprendere un percorso di emancipazione dal giogo psichiatrico, attraverso la piena affermazione dei propri diritti.
Possibilità che sfuma in quei contesti in cui l’accessibilità ad un adeguato supporto legale diventa una chimera.

Il dispositivo di cui si servono i servizi territoriali, per scoraggiare questi percorsi di liberazione, è il ricatto economico.

Alla loro famigerata e parassitaria avidità, ben sintetizzata dalla figura dell’amministratore di sostegno, si somma il legame di dipendenza finanziario che intercorre tra servizi e pazienti, conseguenza concreta e diretta dei piani terapeutici approntati dai vari distretti.
In tempo di crisi la psichiatria sembra offrire un lavoro e un’opportunità di reinserimento sociale. Peccato però che lavoratori e lavoratrici di questo committente non percepiscano un salario utile a sostenere il proprio percorso di autonomia, bensì un rimborso per comprarsi un pacchetto di sigarette…Trattasi evidentemente di sfruttamento lavorativo.

Alla luce di quanto sopra, occorre intraprendere battaglie legali orientate a: favorire delle ricadute positive nella quotidianità di chi sostiene e resiste alla pressione dei servizi psichiatrici; delegittimare la letteratura clinica quale strumento persecutorio rivolto a chi vive una quotidianità condizionata da uno stato d’eccezione permanente; promuovere una discussione pubblica che affronti l’argomento con un approccio multidisciplinare, capace di ispirare pensieri e prassi critiche nei confronti della cultura psichiatrica, da un punto di vista tecnico/professionale, quanto da un punto di vista politico e popolare.
Crediamo inoltre che per corrodere l’architrave psichiatrica sia necessaria una “proliferazione batterica” della lotta, frutto di una consapevolezza diffusa a tutti i livelli del panorama sociale.
E’ necessario creare dei precedenti in ambito normativo, per aprire la strada ad altri percorsi di emancipazione ed accedere con più facilità a condizioni di vita migliori. La lotta contro la psichiatria riguarda tutte quelle persone che immaginano una società migliore, ma evidentemente per qualcuno/a il contenzioso è più stringente e dall’esito spietato. Diventa dunque un imperativo non lasciarli/e soli/e.
Non è una questione di visibilità, ma di concretezza.
La cultura psichiatrica è molto più presente nel nostro immaginario di quanto si possa credere. Spesso sono i comportamenti, le scelte, le parole che ne intensificano la sua operatività. Possiamo anche elaborarne una narrazione critica o farne la demonizzazione, ma per liberarcene definitivamente occorre pensare come soggetti politici attivi quanti/e continuano ad essere definiti matti, psicopatici, utenti piuttosto che vittime. La psichiatria non è una minaccia che incombe su tutti/e, ma solo su coloro che quotidianamente ne sperimentano l’ingerenza nella propria quotidianità. Non essere indifferenti verso la psichiatria, vuol dire saperne intravedere l’insidia nelle singole esperienze personali e non su un piano astratto.
Con questo testo vorremmo lanciare, attraverso la rete informatica ed il passaparola, un appello rivolto a quelle realtà o singolarità politiche, volontaristiche e associative che affrontano il tema, affinché si possa condividere quanto fin qui trattato. Nello specifico, invitiamo ogni singolo destinatario di questo testo a collaborare come meglio crede per reperire competenze tecniche e artistiche, risorse materiali, economiche e organizzative utili ad invertire la tendenza registrata.

In calce, pubblichiamo uno stralcio della dichiarazione scritta di un amica e compagna che chiede esplicitamente un aiuto per i motivi sopracitati.

LA PERSONA IN OGGETTO,HA RECENTEMENTE INTENTATO CAUSA ALL’OSPEDALE NIGUARDA DI MILANO
IMPUGNANDO I RIPETUTI T.S.O(trattamenti sanitari obbligatori) che vennero disposti a suo carico, allo scopo di piegarne la resistenza. Si rammenta che nel 2011 il Telefono Viola di Milano presentò al procuratore della repubblica un esposto di denuncia riguardo a 18 casi di persone morte o gravemente danneggiate a seguito di ricovero presso il reparto psichiatrico di Niguarda.

“Un percorso di lotta intende realizzare le condizioni utili ad incidere socialmente e politicamente ad un mutamento collettivo e radicale di un determinato modo di operare delle istituzioni e della visione rispetto al modo di concepirle.
La battaglia non psichiatrica comprende intervenire sull’operato istituzionale e sulle pratiche di violenza, detenzione, tortura e omicidio, come sulla realtà attuale di controllo sociale e stato di polizia, che ha assegnato alle istituzioni psichiatriche un potere enorme esercitato attraverso attività illegali, talune negate dai più e dalle istituzioni stesse, patrimonio dell’informazione scientifica e della stessa ricerca.
Intervenire in tale direzione comprende intentare causa alle strutture psichiatriche sgretolando tali istituzioni, le loro pratiche violente ed assassine ed al contempo modificare la visione collettiva e dello stesso detenuto di psichiatria rispetto al pregiudizio ed alla possibilità concreta di realizzare un percorso di lotta volta all’emancipazione individuale e collettiva. Intervenire sulle istituzioni per condizionarne l’operato di abuso, violenza inquisizione e tortura, nel senso di un’inversione dei rapporti di forza, al fine di una reale presa di coscienza rispetto al proprio stato, diventando da soggetto passivo a soggetto attivo.(…)
Chiedo un sostegno economico, dato che in seguito ai T.S.O. subiti ho perso il posto di lavoro e di recente ho dovuto sostenere una nuova causa perché intendevano sfrattarmi, servendosi delle cattive condizioni economiche delle quali si sono resi causa.
Infine, vorremmo specificare la richiesta di aiuto a tutti/e quegli artisti che fossero interessati a collaborare per presentare al consiglio di zona di Milano, la richiesta di utilizzo di spazi pubblici, presso i quali organizzare eventi di autofinanziamento”.
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Telefono Viola Bergamo
Telefono Viola Piacenza
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud Pisa

Per info e contatti:
antipsichiatriapc@autistici.org