INFORMAZIONI SUL T.S.O (Trattamento Sanitario Obbligatorio)

CHI LO DISPONE
il Sindaco del comune di residenza o presso cui ci si trova

CHI LO PROPONE
un medico (non importa se psichiatra o meno, appartenente alla struttura pubblica o privato)

CHI LO CONVALIDA
un medico PSICHIATRA operante nella struttura sanitaria pubblica (spesso l’Ufficiale Sanitario)

QUANDO PUO’ ESSERE FATTO
quando i due medici di cui sopra dichiarano:
che la persona affetta da alterazioni psichiche tali da doversi attivare urgenti interventi terapeutici;
che la stessa rifiuta tali interventi;
che non esistano alternative extraospedaliere al ricovero.

CHI VIGILA
Il Giudice Tutelare competente nel territorio del Comune che ha disposto il TSO (generalmente operante presso le preture). A lui il Sindaco deve inviare, entro 48 ore dalla firma, il provvedimento corredato dalle certificazioni mediche. Il Giudice Tutelare
assunte le informazioni del caso può convalidare o non convalidare il ricovero.

DOVE PUO’ ESSERE EFFETTUATO IL RICOVERO
solo presso i reparti psichiatrici(S.P.D.C -servizio psichiatrico diagnosi e cura)
istituiti presso gli ospedali civili

QUANTO DURA
7 (sette) giorni; rinnovabili con provvedimento del Sindaco su proposta del responsabile del reparto psichiatrico

CHI VIGILA SUL RINNOVO DEL TSO
il Giudice Tutelare. Alui Sindaco manda il provvedimento di proroga del TSO per la convalida

CHE DIRITTI ABBIAMO
1. abbiamo diritto alla NOTIFICA
del provvedimento di TSO. In assenza di questa notifica nessuno pUò
obbligarci a seguirlo o ad assumere terapie (esclusi i casi di comportamenti
penalmente rilevanti e i casi in cui si ravvisano gli estremi dello stato di necessità);
2. abbiamo diritto di presentare RICORSO
avverso al TSO al Sindaco che lo ha disposto. Questo ricorso può essere proposto anche da chi ne ha interesse (familiari, amici, associazioni…). Per ridurre i tempi conviene inviarne copia al Giudice Tutelare, specie se il ricorso parte entro le prime 48 ore dal
ricovero (quando presumibilmente lo stesso non ha ancora convalidato il
provvedimento);
3. abbiamo diritto di avanzare richiesta di REVOCA
al Tribunale, chiedendo la sospensione immediata del TSO e delegando, se vogliamo, una persona di nostra fiducia a rappresentarci al processo;
4. abbiamo diritto di scegliere,ove possibile,il reparto presso cui essere ricoverati;
5. abbiamo diritto di conoscere le terapie che ci vengono somministrate e di poter scegliere fra una serie di alternative;
6. abbiamo diritto di COMUNICARE con chi riteniamo opportuno;
7. abbiamo diritto diessere rispettati nella nostra dignità psichica e fisica. Anche se sottoposti a TSO nessuna contenzione fisica può esserci applicata, se non in via
eccezionale e per il tempo strettamente necessario alla somministrazione della terapia. Gli atti di contenzione di natura punitiva sono reati penalmente perseguibili;
8. abbiamo diritto di dettare nella nostra cartella clinica ogni informazione riguardante il nostro stato di salute e i trattamenti che riceviamo;
9. abbiamo diritto di conoscere i nomi e la qualifica degli operatori del reparto (devono indossare cartellini di riconoscimento)

Quanto al contenuto, un Trattamento Sanitario Obbligatorio può essere revocato se mancano le 3 condizioni che lo giustificano. Poiché è molto difficile appellarsi alla mancanza dello stato di urgenza o di necessità definito dall’arbitrio dello psichiatra di turno,è più funzionale far riferimento alle altre 2 condizioni. Se non vi sono omissioni e il T.S.O. risulta legale, una volta in reparto è opportuno o dimostrare che il trattamento può avvenire in luogo diverso rispetto all’ospedale, oppure accettare le cure che ci vengono somministrate. In tali casi 2 delle condizioni decadono.

A questo punto si può chiedere la REVOCA del T.S.O. al Sindaco e al Giudice Tutelare, magari allegando un’autocertificazione in cui si dichiara l’ACCETTAZIONE della TERAPIA oltre a DICHIRARALO verbalmente con i medici del reparto con la presenza di una persona di fiducia/TESTIMONE(e/o operatore TELEFONO VIOLA)

Di fronte alla presentazione di un provvedimento di T.S.O. abbiamo diritto a chiedere la NOTIFICA del Sindaco relativa al provvedimento stesso.
In mancanza o in attesa di tale notifica, che deve pervenire entro 48 ore, nessuno può obbligarci a ricoverarci o a seguire terapie, a meno che non abbiamo violato norme penali o che lo psichiatra abbia invocato lo stato di necessità regolato dall’articolo 54 del Codice Penale.

Potrebbe mancare a questo punto la notifica da parte del Giudice Tutelare che deve pervenire entro le 48 ore successive alla richiesta del Sindaco. Se la convalida del giudice non avviene entro questo lasso di tempo il provvedimento decade. Ciò significa che abbiamo tutto il diritto, ai sensi di legge, di lasciare la struttura ospedaliera in cui ci avevano rinchiuso.

In molti casi accade che i medici che firmano il provvedimento non abbiano mai né visto né visitato il paziente. Il ricovero risulta illegale e dunque il T.S.O. è invalidato. In questi casi, inoltre, i medici possono essere denunciati per falso in atto pubblico.

Il T.S.O. decade anche qualora o i medici o il Sindaco o il Giudice Tutelare, nei loro documenti abbiano omesso di specificare le motivazioni che hanno reso necessario il ricorso al ricovero coatto.

Se il provvedimento di T.S.O. è disposto dal sindaco di un comune diverso da quello di residenza, ne va data comunicazione al sindaco di quest’ultimo comune. Se il provvedimento è adottato nei confronti di cittadini stranieri o di apolidi, ne va data comunicazione al Ministero

CONSULTA:
T.S.O e T.S.V guida all’autodifesa – MODULI PER RICORSO e REVOCA T.S.O
http://www.ecn.org/panico2/download/T.S.O.%20e%20T.S.V.%20Guida%20all’Autodifesa%20[STAMP].pdf

OMICIDIO CASU – INGIUSTIZIA E’ FATTA

Il 26 Ottobre 2016, a dieci anni dalla morte di Giuseppe Casu, l’interminabile vicenda processuale legata alla sua uccisione nel reparto di psichiatria di Cagliari, è giunta alla sua assurda e grottesca conclusione: tutti innocenti i responsabili dell’assassinio di quest’uomo, unici colpevoli i militanti antipsichiatrici che hanno osato sollevare il caso. Questa tragica storia merita di essere ricordata ancora una volta, per come riassume in se la natura criminale del potere, in tutte le sue articolazioni.

Nel Giugno 2006 viene sottoposto a TSO un venditore ambulante di Quartu Sant’Elena, Giuseppe Casu. La richiesta parte dall’amministrazione comunale di Quartu (sindaco Ruggeri) impegnata in un’aggressiva campagna per cacciare i venditori ambulanti dal centro. Poiché, nonostante le numerose multe, Giuseppe Casu insiste a presentarsi in piazza con la sua motocarrozzella piena di verdure, dal comune organizzano per lui una vera e propria trappola.

Tutto avviene molto rapidamente, i giornalisti sono stati preavvisati e attendono dietro l’angolo, intervengono i carabinieri con le guardie municipali, spunta anche un’ambulanza. Gli agenti lo afferrano con la forza, di fronte a tutti, lo sbattono a terra, lo immobilizzano. Giuseppe Casu viene caricato, ammanettato alla barella e portato via. È in atto un ricovero coatto in psichiatria.

Il signor Casu non era mai stato in “cura” da uno psichiatra, il suo ricovero all’ospedale SS. Trinità di Cagliari, oltre a non avere alcuna giustificazione “medica”, è illegittimo ed illegale, infatti il giudice non ha convalidato il TSO entro la scadenza stabilita per legge. Tecnicamente si tratterebbe di abuso di potere e sequestro di persona, cosa per cui sono stati incriminati, processati, e poi naturalmente assolti, sette medici del reparto di psichiatria, a cominciare da Turri, allora primario. Dopo sette giorni di contenzione ininterrotta (legato al letto mani e piedi) e di sevizie impropriamente spacciate come “cure”, Giuseppe Casu muore.

Per la morte, non certo accidentale, di quest’uomo vengono incriminati e processati il primario Turri e la dottoressa Cantone. I periti del tribunale attribuiscono la sua morte a diversi fattori, dalla lunghissima stasi dovuta alla contenzione, a uno psicofarmaco fortemente tossico per il cuore l’Aloperidolo che gli è stato somministrato in dosi massicce assieme ad altri farmaci pericolosi e inutili. Immediatamente dopo la sua morte, i familiari e il “Comitato verità e giustizia per Giuseppe Casu” chiedono giustizia per quest’uomo e per tutta risposta i resti anatomici della vittima vengono fatti sparire dall’ospedale e sostituiti con quelli di un altro paziente! Lo scandalo che ne segue è tale che i primari dei reparti coinvolti vengono sospesi dal servizio e in psichiatria si avvia un timido tentativo di riforma, per ridurre almeno le pratiche più violente e letali. Poi, poco a poco, tutto torna come prima: viene reintegrato in servizio l’ex primario dott. Turri, che viene poi assolto nel processo di primo grado, assieme alla dottoressa Cantone. Il primario di anatomia patologica invece, dopo una prima assoluzione in primo grado, viene condannato in appello ad Aprile 2013, per aver fatto sparire i resti anatomici del signor Casu. La sparizione dei resti della vittima ha però sortito il suo malefico effetto, infatti, il 19 Settembre 2013, i giudici di appello, non potendo accertare precisamente le cause della morte di signor Casu, assolvono i medici Turri e Cantone anche nel secondo e terzo grado di giudizio. Evidentemente il delitto paga!!

Per la morte del signor Giuseppe Casu nessuno è colpevole. Colpevoli sono invece alcune/i attiviste/i, per aver volantinato davanti al reparto di psichiatria, nel 2009, quando il dott. Turri dopo un anno e tre mesi di sospensione preventiva, viene reintegrato. La rabbia per l’arroganza di questa imposizione fa loro utilizzare per il primario l’appellativo, forse poco elegante, di assassino. Nell’occasione vengono identificat* da una volante della polizia e in seguito denunciat* dagli avvocati di Turri per “diffamazione” e processat*. Assolt* in primo grado, vengono poi condannat* in appello, su richiesta della procura generale. Una condanna che ha il sapore di una intimidazione e di una vendetta.

Il messaggio è chiaro, sulla tragica vicenda del signor Giuseppe Casu va messa una pietra tombale, i responsabili, tutti inseriti nelle schiere dei poteri forti locali, non ammettono critiche. Noi siamo invece di parere opposto, per tutta la durata dei processi non abbiamo mai smesso di denunciare l’accaduto e la necessità di sostenere, anche economicamente i militant* che hanno subito una condanna, sarà l’occasione per continuare a farlo. Contro le sevizie psichiatriche di ieri e di oggi

G.A.P. Cagliari

SPUNTI CRITICI AL SEMINARIO “ANTIPSICHIATRIA E RESISTENZA ANIMALE”

Parallelismi  e l’inscindibile legame tra animale umano e non. Selezioni e repressioni. Resistenze e intersezioni.

Se volete inoltrate ai vostri contatti e pubblicate pure sui vostri blog/siti.

Buona lettura.

Nell’introduzione all’importante testimonianza di Giuseppe Bucalo, viene menzionato come intento degli organizzatori, quello di schierarsi a fianco e non alla guida di quegli animali che agiscono per la propria libertà, salvo poi riconoscere l’inevitabilità di tradurre la loro protesta attraverso parole umane. Per rappresentare la condizione animale si utilizzano termini quali resistenza, rivolta, evasione, addirittura tentativo di vita diversa. Parole che si fissano inevitabilmente a concetti, di cui non si può disconoscerne l’implicazione e la densità storica. A tal proposito, non si cerca attraverso questo elaborato critico, di minimizzare la complessità dell’essere animale nelle sue manifestazioni fisiche, psichiche, emotive, affettive e perchè no anche culturali. Oggetto della contestazione, sono le argomentazioni rispetto le quali sarebbe possibile associare esistenze animali ad esistenze psichiatriche, manicomi e canili, in virtù di un comune assoggettamento ad un apparato repressivo. La debolezza teorica delle argomentazioni in oggetto è frutto di un riduzionismo che confonde un sistema che opera in modo repressivo, in vista di una razionalità produttiva (allevamenti intensivi) o scientifica (vivisezione) ed un altro che opera “creativamente”, attraverso tecniche finalizzate a fornire le prove scientifiche della patologia. Foucault, introduce a tal proposito il concetto di visibilità della malattia. A cosa servirebbe amministrare il denaro dei pazienti se non a sottoporre questo stato di privazione alla visibilità e al giudizio altrui? Difatti, si dissente da quanto sintetizzato da Giuseppe Bucalo, attraverso questo pensiero: “In ambito psichiatrico non c’è niente che non sia esclusivamente parola o definizione: perchè non c’è nessuna sostanza, non c’è nessuna malattia e non c’è nessuna cura. Tutto è sorretto dalle parole”, poichè non è il logos ad attivare il pregiudizio, ma lo sguardo. E’ esponendosi alla visibilità che si provoca un’emozione, per incutere timore la malattia mentale deve esprimersi attraverso l’evidenza di una sintomatologia. Nel testo si trova un raffronto rispetto a quanto detto, tuttavia si tratta di una citazione isolata e si disperde nella genericità della discussione. Si esprime l’importanza di elaborare narrazioni diverse, costruire un’altra storia, tuttavia a tal proposito viene menzionata l’esperienza di Giorgio Antonucci per esaltarne le gesta di “regista” del gesto di liberazione. Ci si dimentica dunque che quelle persone…si sono liberate!!! Ma come…così attenti\e verso gli ultimi e vi siete dimenticati\e di loro??? Queste defaillances rimandano all’inevitabilità di costruirsi narrazioni rassicuranti e affidarsi ai liberatori di professione, consegnando i pazienti psichiatrici al ruolo passivo della vittima, proprio ciò che più volte viene retoricamente criticato. Servono si narrazioni diverse, ma in prima persona. Il racconto di Giuseppe riguardo alla propria esperienza antipsichiatrica è sicuramente molto emozionante e ricco di vivide suggestioni, ma quando la narrazione cerca raffronti nell’ambito dello sfruttamento animale i pensieri appaiono confusi. Cita l’addomesticamento come fattore unificante tra i due argomenti, dimenticando che è una condizione universale di assoggettamento e non relativa alla sola sfera psichiatrica.
Giuseppe esprime comunque un pensiero condivisibile: riguardo agli animali conosciamo ben poco.
Possiamo avvicinarci a loro, relazionarsi con rispetto verso esseri ed esistenze diverse, ma non si può far a meno di rappresentarli nell’immaginario collettivo, nella cultura popolare, dunque di oggettivarli. Proprio questo spunto introduce un altro elemento di critica. Nella documentazione prodotta si parla solo dell’approccio psichiatrico come negazione della libera espressione, dell’intenzionalità ad autodeterminarsi,
omettendo che mediazione e contrattazione son concreti elementi su cui poggia la convivenza sociale. Come telefono viola, si preferisce approcciarsi alle autobiografie, alle esperienze, alle scelte e ai comportamenti, non attraverso categorie identitarie fisse, ma con la consapevolezza di accogliere possibili espressioni della transitorietà di un percorso evolutivo, che è ogni esistenza umana. Non ci interessa fare la narrazione del gesto ribelle, per introdurre la complessità delle storie e raccontare la psichiatria. Si è consapevoli che la conflittualità è un elemento importante nella trama psichiatrica, ne è talvolta la protagonista, tuttavia la psichiatria agisce in modo preventivo, poichè il fine ultimo non è la repressione, bensì la presa in carico, il governo del vivente. Difatti, i servizi psichiatrici attraverso “l’eccezionalità” delle loro misure, attaccano direttamente gli elementi di normalità nella vita dei pazienti: l’autonomia e le relazioni sociali. Le relazioni tecniche sperimentate, scoraggiano legami di complicità che solo un amico o amica ti può dare…magari insieme ad un rimando critico!!! Spesso le persone che si incontrano, ci riportano di riuscire a stringere relazioni significative e leali solo con altri pazienti psichiatrici, ciò misura la distanza del cosiddetto mondo normale con la moltitudine dei cosiddetti matti. A proposito di normalità…ma anche di solitudine!
Succede così che, sul lungo periodo, il bisogno più esplicito che esprime una persona “in carico” ai servizi, sia proprio autodeterminarsi attraverso l’acquisizione di elementi della quotidianità che il pregiudizio e la prassi psichiatrica trasfigurano, per poi surrogarli sotto forma di “percorso terapeutico”.
Il lavoro del telefono viola, spesso muove a partire da una prospettiva di riduzione del danno. Questa condizione ci ha abituati all’ascolto, al dialogo, alla negoziazione. Grande ricchezza di questo percorso, è mettersi in gioco in vista di un miglioramento sostanziale nella condizione di vita di chi ci contatta. Questo obiettivo altamente soggettivo, spesso passa attraverso la richiesta di afferrare punti fermi, come per esempio un lavoro, una casa, minacciati dall’istituzionalizzazione.
In un intervento contenuto negli atti, si legge che nei manicomi è difficile ribellarsi così come in un allevamento. A scanso di equivoci è opportuno risottolineare la funzione dei luoghi della psichiatria. Gli SPDC servono anche a gestire “l’emergenza”, ma sono soprattutto i luoghi in cui viene estorta una “falsa confessione”, dove la malattia prende le sembianze di un corpo, dove si mettono a punto le condizioni e le strategie della presa in carico, dove si interiorizza l’habitus del malato mentale. Dopotutto, il senso è implicito nella sua denominazione: la diagnosi è la rappresentazione scientifica di questa visibilità, di questa confessione estorta attraverso tortura; la cura è la prassi in vista di una presa in carico. Pertanto, il contributo che può dare la vivisezione nel realizzare quadri diagnostici in ambito psichiatrico, come affermato nel testo, è pur sempre di dubbia portata vista la presenza di un “setting così reale”, per usare il loro cinismo. Infine, nel dibattito si parla di un’ulteriore connessione tra i due ambiti, rispetto alla presenza di due dimensioni: quella etica e quella scientifica. La questione psichiatrica non può esser risolta senza affrontare la sua dimensione politica e gli interrogativi che essa pone. La posta in gioco è la negazione del diritto di scegliere se e come curarsi. Non tanto è giusto o sbagliato, vero o falso. Porre l’attenzione sull’obbligatorietà dei trattamenti, aiuta a riflettere su come il nostro senso di comunità sia attraversato dalla paura, tanto da sacrificare avanzamenti civili importanti sull’altare della psichiatria. Rispetto a quest’ultimo concetto conveniamo con Giuseppe, quando parla di una mediazione per favorire una risposta sociale diversa dalla psichiatria. E’ necessario che individui e comunità non ne abbiano più bisogno, attraverso una partecipazione diretta nelle decisioni che la riguardano direttamente. Dopotutto, la convivenza è la sfida più importante.

TELEFONO VIOLA  Bergamo,Piacenza,Sicilia    www.telefonoviola.org
linea d’ascolto contro gli abusi della psichiatria e per liberarsi dalla morsa psichiatrica.

NO OPG/REMS a VOLTERRA e OVUNQUE!

VOLTERRA SABATO 11 GIUGNO c/o TEATRO DI NASCOSTO (scalette di Docciola) alle ore 15

PERCORSI “ALTRI ” e IMMAGINAZIONE RIVOLUZIONARIA per un MONDO SENZA GABBIE

Conferenza/dibattito con:
GIORGIO ANTONUCCI- medico e psicoanalista
MARCO ROSSI curatore della ricerca “La Psichiatria di Guerra: il caso di Volterra”
COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD – Pisa
SPAZIO LIBERTARIO PIETRO GORI – Volterra

A SEGUIRE APERICENA

Organizza lo Spazio Libertario Pietro Gori e il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

Per info:
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.nopblogs.org / 335 7002669

INCONTRO PUBBLICO – ORE 20:30

“SUPERAMENTO DELL’OSPEDALE PSICHIATRICO GIUDIZIARIO”

SITUAZIONE ATTUALE e PROSPETTIVE FUTURE
TRA IMMAGINI E REALTA’
TRA LIMITI,CONTRADDIZIONI e CRITICITA’

PROPOSTE PRATICHE PER LIBERARSI REALMENTE DA STRUTTURE
e LOGICHE MANICOMIALI

a seguire DIBATTITO APERTO

dall 19 apericena,anche vegan

presso Circolo Culturale Arci Dallò
CASTIGLIONE DELLE STIVIERE(MN) -⁠ Piazza Ugo Dallò, 4

Telefono Viola Bergamo,Piacenza,Reggio Emilia
Collettivo antipsichiatrico CAMAP-⁠Brescia
Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud-⁠Pisa

www.telefonoviola.org

presso COA T28 -⁠ via Transiti 28 -⁠

SERATA IN RICORDO DEL COMPAGNO RAFFAELE (Roma)
Più di un boomerang non torna sceglie la libertà

ORE 18
“SUPERAMENTO DELL’OSPEDALE PSICHIATRICO GIUDIZIARIO”

Situazione attuale e prospettive future.
Tra immagini e realtà. Tra limiti,contraddizioni e criticità

Proposte pratiche per liberarsi realmente da strutture e logiche
manicomiali

Dibattito aperto

ore 20:30 spaghettata e buffet vegan
a seguire concerto BENEFIT per il TELEFONO VIOLA

RAP CAVAERNA POSSE
LIMA VIK
AFIZ

Organizza:
il TELEFONO VIOLA Piacenza e Bergamo
il Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud-⁠⁠Pisa

per info: www.telefonoviola.org

ANCORA MANICOMI

R.E.M.S in via Terracini 31 – BOLOGNA

Nel 2011 la degradante situazione che vivevano gli internati dei sei ospedali psichiatrici giudiziari(O.P.G),è fuoriuscita da quelle mortificanti strutture “terapeutiche”,rompendo quell’agghiacciante silenzio imposto da gran parte della psichiatria e della magistratura,complice una società”civile” per lo più indifferente e ancora pronta a legittimare le innumerevoli atrocità che tuttora compie professionalmente la pseudo-scienza psichiatrica all’interno dei propri servizi manicomiali gestiti autonomamente dai D.S.M (dipartimenti di salute mentale)o da compiacenti cooperative sociali(tra cui comunità,reparti ospedalieri,centri diurni e ambulatoriali).
L’impatto mediatico ottenuto dalle riprese effettuate all’interno dei vari O.P.G ha certamente favorito l’approvazione della legge 81, la quale sancisce in data 31.3.2015 la chiusura dei sei manicomi giudiziari(cinque tuttora funzionanti) e obbliga ogni Regione a predisporre sul proprio territorio nuove strutture,le R.E.M.S(residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza).

Ma fin quando non si avrà la volontà di cancellare dal codice penale la cosiddetta “pericolosità sociale”, i giudici sulla base dell’”incapacità di intendere e volere” definita da un perito psichiatra all’interno di un processo penale, applicheranno una “misura di sicurezza detentiva”, ovverosia un internamento nelle R.E.M.S o “non detentiva”(libertà vigilata) con la presa in carico troppo spesso vitalizia e asfissiante dei servizi psichiatrici territoriali.

Sostituire la targa esterna del manicomio(vedi“ex”-O.P.G di Castiglione delle Stiviere ora R.E.M.S), rimbiancare le pareti o le mura di cinta, sostituire le inferiate con vetri antisfondamento e capillari sistemi di sorveglianza, sostituire le porte blindate con alti dosi di psicofarmaci e l’uso dei letti di contenzione, diminuire il numero delle persone internate, sostituire l’”ergoterapia” ovverosia il lavoro imposto nei vecchi manicomi con le “attività occupazionali terapeutiche”(solo efficaci nel sopportare il misero e lento trascorrere del tempo),sostituire le divise della polizia penitenziaria con le divise della sicurezza privata,con i camici bianchi dei “medici” e degli operatori sanitari(oltre a un numero insignificante di figure educative troppo spesso appartenenti alla ciurma dei sorveglianti),sono tutte misure utili a mistificare la conservazione dello status quo.

Cambiare tutto per non cambiare nulla…

Anche a Bologna AUSL,magistratura di sorveglianza e compiacenti giornalisti,hanno il coraggio e l’arroganza di presentare il neo-manicomio di via Terracini come un luogo nel quale si concretizza un reale percorso di “superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari”.

Le testimonianze e le regole imposte dai vari responsabili/carcerieri, presentano una situazione ben distinta dall’immagine che in questi mesi si è forzatamente costruita. Purtroppo per loro ci sono persone che non si sottomettono a questo stato di cose e denunciano l’esistenza di regole di natura esclusivamente carceraria e manicomiale.
Le visite dei parenti possono essere effettuate solo una ogni due settimane(mentre nell’O.P.G di Reggio Emilia sono concesse sei visite ogni mese),ogni internato può ricevere ed effettuare solo una telefonata alla settimana e solo a numeri autorizzati dai responsabili i quali non sono certamente propensi a richiedere,al magistrato di sorveglianza,“permessi di uscita”dal neo-manicomio(all’O.P.G di Castiglione delle Stiviere si concedono “permessi di uscita” con più frequenza e per più ore o giorni).

Altro che superamento degli O.P.G…
Altro che reinserimento sociale…

In tale struttura l’approccio degli operatori non valorizza le diversità ma le patologizza secondo i loro ristretti parametri di giudizio. La loro misera e “indiscutibile” Normalità. L’autorità di chi si autoproclama “terapeuta”.
Le logiche manicomiali,in grado di creare stigma e isolamento dal mondo esterno sono ben radicate in questa struttura a loro dire“di cura e custodia”.Ma sappiamo bene che tutti i castelli di sabbia,presto o tardi crollano inesorabilmente.

Impediamo che i tentacoli asfissianti della psichiatria continuino ad allargarsi in ogni dove, violentando la sfera spirituale, umana, sociale, del disagio, della sofferenza, del proprio essere… della vita.
I Telefoni Viola con le realtà con cui collaborano, continueranno a porre impegno nel rendere sempre più agibili i percorsi di chi esprime la volontà di liberarsi una volta per tutte dalla morsa psichiatrica. Continueremo sempre con maggior tenacia ad offrire un concreto sostegno umano,medico e legale a chi lo riterrà opportuno in pieno rispetto della libertà e della dignità dell’individuo.

Telefono Viola di Piacenza,Reggio Emilia e Bergamo
Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud – Pisa
Collettivo antipsichiatrico Camap – Brescia

Per contatti: antipsichiatriapc@autistici.org www.telefonoviola.org

Per leggere le nostre PROPOSTE PRATICHE per un REALE superamento dell’O.P.G leggi il comunicato “SIAMO TUTTI SOCIALMENTE PERICOLOSI”

VENERDI 26 FEBBRAIO ORE 21:15 – PIACENZA

TELEFONO VIOLA

LINEA D’ASCOLTO CONTRO GLI ABUSI DELLA PSICHIATRIA
E PER LIBERARSI DALLA MORSA PSICHIATRICA

il suo PENSIERO e le sue PRATICHE

Saranno presenti alcuni operatori del Telefono Viola di Piacenza e Bergamo

DIBATTITO

sala ex-circoscrizione
viale martiri della resistenza n.8

PIACENZA

TELEFONO VIOLA – PIACENZA 345 7904938

www.telefonoviolapiacenza.blogspot.it
www.telefonoviola.org

SIAMO TUTTI SOCIALMENTE PERICOLOSI

BASTA MANICOMI vecchi o nuovi che siano…

Chiudere gli O.P.G (ospedali psichiatrici giudiziari o manicomi criminali) senza cambiare la legge che li sostiene vuol dire creare nuove strutture, forse più accoglienti, ma all’interno delle quali finirebbero sempre rinchiuse persone giudicate incapaci d’ intendere e volere. La questione, insomma, non può essere risolta con un tratto di penna, non è sufficiente stabilire che quello che è stato non deve più essere, e pensare che il problema si risolva da sé.

Per abolire realmente gli OPG bisogna non riproporre i criteri e i modelli di custodia ma occorre metter mano a una riforma degli articoli del codice penale e di procedura penale che si riferiscono ai concetti di pericolosità sociale del “folle reo, di incapacità e di non imputabilità”, che determinano il percorso di invio alle REMS regionali(mini OPG,definite REMS residenze esecuzione misure sicurezza)

Viene ribadito, oltretutto, il collegamento inaccettabile cura-custodia riproponendo uno stigma manicomiale; dall’altro ci si collega a sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli psichiatri, ricostituendo in queste strutture tutte le caratteristiche dei manicomi. La proliferazione di residenze ad alta sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, consegna agli psichiatri la responsabilità della custodia, ricostruendo in concreto il dispositivo cura-custodia, e quindi responsabilità penale del curante-custode.

Tanti dei promotori della legge 81, appartenenti all’area della psichiatria che si autoproclama “democratica, alternativa e comunitaria”, pensano ancora che il manicomio sia esclusivamente una struttura chiusa ma in realtà il manicomio è una logica psichiatrica ben presente anche oltre alle pareti delle strutture, in ogni luogo dove la psichiatria è presente. La logica manicomiale può essere contrastata solo nel momento in cui si punti il dito sulla natura stessa della psichiatria, pseudoscienza finalizzata al controllo sociale e non certamente ad affrontare le cause delle numerose problematiche esistenziali che molti soggetti incontrano nella propria vita.
La psichiatria è professionalmente abile nel classificare tali condizioni esistenziali o vissuti
in sintomi di una fantomatica “malattia mentale” i quali a loro volta saranno oggetto della “terapia farmacologica”ovverosia sostanze psicotrope legalizzate in grado di cancellare il sintomo del disagio ma non ad affrontare la causa del conflitto con se stessi o con il mondo che ci circonda, troppo spesso indifferente e opprimente.
Sulla base dell’ esperienza quotidiana dei Telefoni Viola, riteniamo doveroso smascherare quotidianamente le pratiche definite di “cura e riabilitazione” che in realtà sono escludenti, spersonalizzanti e coercitive. Per esempio il T.S.O(trattamento sanitario obbligatorio, ovverosia una delle pratiche più violente e traumatiche per chi lo subisce) è spesso adoperato come minaccia per i “pazienti” che hanno intenzione di allontanarsi dalle “cure” a loro abusivamente imposte.

Pensiamo che la critica radicale alla psichiatria debba affrontare l’argomento al lato pratico

Continueremo a sporcarci le mani nel rendere sempre più agibili i percorsi di chi esprime la volontà di liberarsi una volta per tutte dalla morsa psichiatrica.
Continueremo sempre con maggior tenacia ed impegno ad offrire un concreto sostegno umano,legale e medico a chi lo riterrà opportuno in pieno rispetto della libertà e della dignità dell’individuo.

Fin quando non si avrà la volontà di cancellare dal codice penale la cosiddetta “pericolosità sociale” i giudici sulla base dell’”incapacità di intendere e volere” definita da un perito psichiatra all’interno di un processo penale, applicheranno una “misura di sicurezza detentiva” ovverosia un internamento nelle REMS o “non detentiva”(libertà vigilata) con la presa in carico troppo spesso vitalizia e asfissiante dei servizi psichiatrici territoriali (collocati presso comunità psichiatriche o seguiti a livello ambulatoriale e centri diurni).

La psichiatria sta gradualmente mutando la sua immagine esteriore, affinché possa predisporre servizi, in primis le REMS, più accettabili dall’opinione pubblica ben contraria alle situazioni di estremo degrado riscontrate negli anni scorsi all’interno degli OPG.
Rimbiancare le pareti o le mura di cinta, sostituire le inferiate con vetri antisfondamento e capillari sistemi di sorveglianza, sostituire le porte blindate con alti dosi di psicofarmaci e l’uso dei letti di contenzione, diminuire il numero delle persone internate, sostituire l’ergoterapia ovverosia il lavoro imposto nei vecchi manicomi alle “attività occupazionali terapeutiche”(solo efficaci nel sopportare il misero e lento trascorrere del tempo) sostituire le divise della polizia penitenziaria con le divise della sicurezza privata,i camici bianchi dei “medici” e degli operatori sanitari (oltre a un numero insignificante di figure educative troppo spesso appartenenti alla ciurma dei sorveglianti), sono tutte misure utili a mistificare la conservazione dello status quò.

Emblematico è il caso dell’ex OPG di Castiglione delle Stiviere(Mn)…
Non sarà un cambio di targa all’ingresso del manicomio (sistema polimodulare rems provvisorie) a modificare sostanzialmente la vita dei soggetti reclusi in questi luoghi di sofferenza dove la sottomissione dell’individuo alle denigranti regole del manicomio sono obiettivi terapeutici…ma solo per chi li impone o li fa diligentemente rispettare.
Numerose sono le restrizioni di natura carceraria dettate per “motivi di sicurezza” incomprensibili e denigranti a cui sono quotidianamente sottoposti i reclusi, tra cui le perquisizioni che si verificano al rientro in “reparto” dopo un incontro con familiari/amici e la non possibilità di usufruire liberamente di un telefono, oltre alla totale assenza di predisposizione del personale a fornire un concreto supporto emotivo sulla base di un necessario ascolto e una reale comunicazione con la persona ormai da tempo declassata come “malata mentale”.

Purtroppo queste dinamiche si replicano in modo capillare anche nei contesti gestiti direttamente o indirettamente dai servizi psichiatrici territoriali.

Riguardo a una reale abolizione dei manicomi criminali, OPG o REMS che siano pensiamo che sia strettamente necessario definire un preciso percorso che prenda in considerazione alcuni passaggi che riportiamo:
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OBIETTIVI GENERALI

1. abolizione delle norme che regolano il proscioglimento per vizio totale di mente.
Ciascun individuo va ritenuto sempre pienamente responsabile delle sue azioni e ha diritto ad essere giudicato secondo le norme vigenti, mantenendo tutti i diritti propri della difesa.

2. superamento dell’uso, nell’ambito del processo penale, della perizia psichiatrica

3. abbandono, in quanto arbitrario, del giudizio di pericolosità sociale

OBIETTIVI INTERMEDI

1. Per i soggetti prosciolti per “vizio totale di mente”: equiparazione tempo massimo della misura di sicurezza (detentiva e non detentiva) in atto, al massimo della pena prevista per il reato di cui l’individuo è accusato. La normativa in vigore effettua questa equiparazione solo per quanto riguarda la misura di sicurezza detentiva per cui nessun soggetto internato in una Rems può permanere nella struttura per un periodo superiore a quello previsto come massimo della pena per il reato commesso.
Ciò non vale per quelle forme di controllo più “soft”(ma non per questo meno liberticide) come la “libertà vigilata”(con l’obbligo di domicilio presso la propria abitazione o presso strutture psichiatriche,il rispetto di prescrizioni che limitano la libertà della persona e obbligano a seguire le “cure” predisposte dal DSM (dipartimento salute mentale).
Ad oggi tale misura di sicurezza può estendersi all’infinito.

2. Uilizzo dei fondi individualizzati (budget di salute) previsti dalla normativa per facilitare la fuoriuscita dal circuito giudiziario, ad accesso diretto degli interessati, per la realizzazione di percorsi di reinserimento sociale proposti dagli stessi all’autorità giudiziaria.
I fondi dovrebbero essere gestiti dagli enti locali(Servizi sociali) invece che dai DSM.
Trasformazione dei “bugdget di salute” in “budget di vita indipendente” ed estensione degli stessi “aiuti” a quanti sono in procinto di fuoriuscire dal circuito carcerario,in prospettiva di una piena e consapevole indipendenza dell’individuo riguardo le scelte terapeutiche.

Liberiamoci dai manicomi, liberiamoci dalla psichiatria!

Telefono Viola di Bergamo,Piacenza e Reggio Emilia
Centro di Relazioni Umane – Bologna
Collettivo antipsichiatrico Camap – Brescia
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud – Pisa

settembre 2015 per contatti: antipsichiatriapc@autistici.org