Tra AMBULATORI e COMUNITA’…

L’ULTIMA TESTIMONIANZA RACCOLTA.

(CPS: in Lombardia ma in altre regioni sono definiti CIM-centri igiene mentale o CSM-centri salute mentale)

Ho 30 anni e porto la testimonianza di un’esperienza all’interno di un
centro psico-sociale (CPS) e di una comunità riabilitativa ad alta
assistenza psichiatrica (CRA).

Io mi rivolsi per la prima volta nel 2016 al centro psico-sociale per
dei gravi problemi di emarginazione sociale (problemi di natura
prettamente sociale): io sono nato in una famiglia gravemente
disfunzionale e povera, in un paese degradato, e sono senza lavoro da
molto tempo. Sono laureato, ma non sono certo la laurea, o il lavoro,
a fare l’uomo. Problemi profondi di natura sociale che hanno
comportato, come logico che sia, tristezza depressiva, senso di
impotenza e di esclusione dalla società.

Mi rivolsi al centro psico-sociale quivi indirizzato da un’altra
associazione della quale non ricordo il nome (li sentii soltanto per
telefono), la quale mi disse esplicitamente che era il centro
psico-sociale a occuparsi di questioni sociali, come da nome.

Quindi, dall’inizio del 2016 alla fine del 2017, per due anni, feci
colloqui con uno psichiatra del CPS. Non ci fu in questo periodo alcun
intervento per migliorare le mie condizioni sociali, ma nondimeno
questo psichiatra non infierì mai su di me con una delle loro
etichette diagnostiche da DSM (Diagnostic and Statistical Manual of
Mental Disorders, inventato e costantemente rivisto in base alle
richieste lobbistiche e di mercato del momento dai “sommi sacerdoti”
dell’American Psychiatric Association, organo cardinale della
psichiatria moderna) e terapie farmacologiche. Era un bravo
imbonitore: non parlava granché e faceva parlare me, che passai due
anni a raccontare (ripetendomi fino allo sfinimento) la mia vita, e di
tanto in tanto usava delle frasi efficaci per tenermi legato quali “ci
tengo a lei”, “voglio il bene per lei”, “la voglio aiutare”, ecc.
Passati due anni, senza aver visto alcun aiuto concreto, e conclusa
questa prima fase, ci fu un anno di interruzione.

Alla fine del 2018 io mi rivolsi nuovamente al CPS, questa volta
ricevuto da un nuovo dottore, proponendo un preciso progetto di
reinserimento sociale. Progetto pensato, ricercato e proposto da me,
non da loro, e pienamente fattibile proprio per tramite dei CPS.
Ebbene, da quel momento cominciarono a procrastinare il progetto di
reinserimento sociale (pur promettendomi che si sarebbe fatto) — del
quale io ho bisogno perché, ripeto, sono solo, povero, e senza lavoro
— e cercarono in tutti i modi di farmi passare per malato mentale.

Io allora mi fidavo ancora di loro, perché mi dicevano che il progetto
si sarebbe fatto, e che richiedeva soltanto delle procedure
preliminari. Nella fattispecie, mi convinsero ad accettare un ricovero
in una comunità riabilitativa psichiatrica (CRA) dicendomi che fosse
proprio una fase preparativa al progetto sociale. Per altro, io nella
comunità tornai con il dottore che mi aveva già seguito nel 2016-2017,
del quale mi fidavo ciecamente. In realtà loro mi stavano osservando e
stavano tessendo una diagnosi di malattia mentale (senza ancora
comunicarmela), quindi trasformando il mio problema sociale, cioè la
povertà e l’esclusione date da origini svantaggiate, in una malattia
mentale.

Mi diagnosticarono il “disturbo schizotipico” e il “disturbo
delirante” (ebbi la comunicazione di quanto mi era stato diagnosticato
solo una volta “internato” nella comunità, che ripeto mi fu presentata
come fase preparativa per il mio progetto sociale, e non come cura per
malattia mentale), arrivando a sostenere che i miei ricordi (io ho
avuto, ripeto, un passato in una famiglia disfunzionale) fossero
falsi, e la mia volontà di evolvere rispetto alle mie condizioni di
origine svantaggiate fosse frutto di “delirio”. Sostenevano che il mio
rendermi conto di far parte di una classe sociale svantaggiata,
abitante contesti svantaggiati, fosse “delirio”. Si può immaginare
quanto sia orribile per una persona, tanto più se ha un vissuto del
genere, che un’autorità che la dovrebbe aiutare sostenga che la sua
memoria sia falsa, “interpretazione” e “costruzione delirante”, e i
suoi legittimi desideri di emersione sociale (tanto più a seguito di
studi universitari) siano “delirio”. Al che io mi arrabbiavo, e l’ira
era interpretata come ulteriore “sintomo patologico”. Una volta che a
un paziente viene diagnosticato qualcosa là dentro (e a chiunque metta
piede là dentro è coercitivamente diagnosticata una malattia mentale),
ogni sua parola o azione è passibile di interpretazione patologica. Il
paziente ha sempre torto e i suoi problemi sono da imputare a lui
stesso, a un suo presunto “malfunzionamento” (perché la scienza
moderna marcia meccanicistica, disumana e immorale, chiamata
“psichiatria” spiega l’essere umano non come spirito-storia-cultura,
ma come macchina, aggregato di molecole e processi biochimici).

Io sono laureato, sono molto colto, so parlare bene, e anche tali
qualità là dentro diventavano dei “sintomi patologici”. Io, pensando
di interfacciarmi con persone intelligenti e colte, usavo spesso nel
discutere con loro concetti filosofici, etimologici, riferimenti
storici, e il tutto veniva interpretato come “delirio”. Dentro al CRA
ogni comportamento e parola del paziente viene interpretata e annotata
dal personale su appositi registri. Tale personale (educatori e
infermieri) è gente di un’ignoranza abissale, a cui interessa soltanto
portarsi a casa lo stipendio alla fine del mese, e spesso umiliano i
pazienti trattandoli come bambocci e sfogandogli addosso le loro
frustrazioni. La maggioranza dei pazienti sono persone provenienti da
contesti di povertà ed emarginazione (gente delle periferie, classe
operaia, molti meridionali, alcuni rom), che, a differenza mia che
sono istruito, non hanno gli strumenti retorici e concettuali per
potersi opporre agli psichiatri. Molti, sotto rimbambimento
farmacologico, vengono convinti a lavorare gratuitamente, senza
stipendio, a giornata piena nelle cooperative. Molti, non possedendo
strumenti di ragionamento critico, accettano passivamente le diagnosi
di malattia mentale, alcuni fregiandosi entusiasticamente delle
etichette diagnostiche da DSM.

Io i primi mesi passati dentro alla comunità, quando ancora ero
fiducioso che mi avrebbero aiutato, accettai di prendere un farmaco
neurolettico, a basse dosi. Non riscontrai alcun beneficio se non
effetti dannosi: oltre a quelli fisici (rallentamento del metabolismo
e aumento della prolattina, libido azzerata, fotosensibilità e
irritabilità della pelle, e caduta dei capelli) ne avevo di mentali
(perdita della memoria, blocco del pensiero, difficoltà a esprimermi,
sonnolenza durante il giorno e insonnia la notte, e una noia mortale
mai provata prima). Visti questi effetti, il medico mi cambiò il
farmaco, ma io iniziavo a non fidarmi più e nei successivi mesi sputai
ogni giorno le pastiglie all’insaputa degli infermieri. Va detto che
molti pazienti si lamentano spesso degli effetti collaterali con gli
infermieri, e questi mentono sistematicamente, affermando che non
siano i farmaci a causarli ma cambiamenti nello stile di vita dei
pazienti stessi. Nel frattempo il mio progetto sociale continuò a
essere procrastinato con argomentazioni fumose fino alle dimissioni
dalla comunità nei primi mesi del 2020.

Dopodiché sono tornato al CPS, con una nuova dottoressa poiché nel
frattempo i dottori precedenti sono passati al privato, e ho insistito
di nuovo sul progetto di reinserimento sociale, sempre più arrabbiato
perché in quattro anni non è stato fatto nulla di concreto e anzi
hanno cercato di trasformarmi in un malato mentale. Questa volta, in
mesi molto recenti, dopo ulteriori colloqui inconcludenti, sono stato
messo di fronte a un aut-aut esplicitamente ricattatorio: “o prendi
gli psicofarmaci, oppure noi non facciamo nessun progetto sociale”. Va
detto che io mi sono opposto strenuamente alla somministrazione di
farmaci sin dal primo incontro quattro anni prima, e, a parte il
periodo di ricovero in comunità, quando fui costretto a prenderli
perché altrimenti non mi sarebbe stato possibile accedere alla
comunità, non ho mai accettato di prenderne. Il problema è che è
impossibile ricevere alcun tipo di aiuto da questi centri se non si
accetta di fare uso di psicofarmaci. L’uso di farmaci viene
presentato, ricattatoriamente, come imprescindibile se si vuole
ricevere un qualsiasi tipo di aiuto di altro tipo da parte loro.

A quattro anni di distanza io sono in condizioni disperate, ancora più
povero, emarginato e senza lavoro, e temo che a qualsiasi altra realtà
io mi rivolga per essere aiutato questa possa fare riferimento agli
imbroglioni del CPS-CRA e alle loro interpretazioni di “delirio”. Se
provo a richiamare il primo dottore, quello che mi ha avuto in “cura”
per più tempo, in tutta risposta mi prende in giro, ride e riattacca
il telefono (a latere, va detto che quello del vedersi ridere in
faccia è un fenomeno comune là dentro da parte di tutto il personale).
Uno dei dottori (quello che mi fece ricoverare in CRA come
“schizotipico” e “delirante”), a un certo punto mi disse, testuali
parole, che “la psichiatria non sa in verità nulla della mente”;
un’altra volta, a una mia legittima e per nulla violenta reazione a
una sua palese provocazione, mi minacciò di sedazione per iniezione
(“le faccio fare la puntura”, testuali parole) e di TSO. L’altro mi
dava spesso ragione riguardo le mie analisi della mia situazione
sociale e del funzionamento della società in generale, salvo poi
negare in altre occasioni e non ricordarsi spesso di cose di cui si
era già parlato (cosa che testimonia quanto poco gliene importi dei
pazienti). In svariate altre occasioni mi hanno minacciato di TSO. Se
minaccio io di portarli in tribunale, ridono e dicono “ci porti pure
in tribunale”.

Questo dice tutta la meschinità di queste persone che si prendono
gioco di chi non è nato bene come loro e di chi non ha potere come
loro. Ho accennato prima al fatto che i pazienti, quasi tutti
provenienti da situazioni di povertà e svantaggio sociale, sono
trattati come bambini, come rimbambiti; ebbene i dottori psichiatri
nutrono e manifestano vero rispetto soltanto per chi fa parte del loro
stesso rango. Nel CPS-CRA, anche rilevare le differenze tra gruppi e
classi sociali era passibile di interpretazione come “sintomo
patologico” di “delirio”.

Italia – giugno 2020.