Servizio sociale e psichiatria: tra violenze, abusi e silenzi

Unione montana Val Trebbia/Luretta,ospedale di Bobbio(Pc) e Servizio psichiatrico (S.P.D.C) di Piacenza.

Per mezzo di tale scritto si vogliono denunciare pubblicamente le numerose e gravi mancanze del Servizio sociale dell’ Unione montana Val Trebbia e Luretta(responsabile Mazzocchi Lucia),davanti a violenze e abusi che ha subito un utente(disabile)del Servizio Sociale,presso il reparto di degenza dell’ospedale di Bobbio e il servizio psichiatrico di diagnosi e cura(S.P.D.C) dell’ospedale di Piacenza(direttrice d.ssa Chiesa/responsabile d.ssa Arcelloni) .

Premetto che si ha la volontà di affrontare la questione non in modo vittimistico,ma solo in nome di un profondo disprezzo nei confronti di pratiche umanamente condannabili(e penalmente punibili).

Le numerose criticità personalmente esposte dal sottoscritto,educatore professionale in servizio presso l’Unione montana dal 1.7.2016 al 9.9.2016,alla responsabile del Servizio Sociale,hanno comportato una richiesta ingiustificata di trasferimento effettuata dal mio ex-datore di lavoro,la cooperativa sociale Coopselios e la spedizione di una diffamatoria e infondata diffida da parte dell’avvocato Mozzi Mario a nome del Servizio sociale.Con tale lettera,a cui ho risposto con gran piacere,si diffida paradossalmente il sottoscritto di incontrare proprio l’utente che ha subito le violenze presso i reparti ospedalieri, con il quale il sottoscritto ha sempre avuto un ottimo rapporto e tutt’ora incontra personalmente(diffida inviata per conoscenza ai carabinieri di Bobbio e Ottone,per intimidazioni tanto inutili quanto infantili).

Chi ha il coraggio di dissentire e criticare apertamente gravi mancanze di fronte al verificarsi di violenze e abusi,interventi che personalmente ritengo diseducativi,la mancanza di strumenti necessari per svolgere adeguatamente un lavoro prettamente territoriale nonchè la gestione di un Servizio Sociale che in più occasioni non ha “concesso” un reale confronto e una necessaria condivisione dei vari interventi predisposti dal Servizio, è ovviamente degno di un vergognoso e immotivato trasferimento.

E’ evidente che chi ha paura del confronto espelle l’elemento critico creando pretestuose e fumose motivazioni da me facilmente demolite una per una e messe a conoscenza al presidente dell’ Unione montana Lodovico Albasi nonchè ai vari responsabili della Coopertiva sociale Coopselios(tra cui Danila Bocelli) per cui lavoravo.Sia chiaro,non per porre credibilità a cariche istituzionali/aziendali e illudermi conseguentemente che le regole del gioco possano realmente cambiare grazie a chissà a quale loro intervento,ma solo perché un domani tali responsabili non possano permettersi di dichiarare di non sapere nulla della vicenda.Anche in questo caso le istituzioni si sono trovate in difficoltà nel legittimare certi miserabili attacchi personali e conseguentemente la loro risposta è stato il consueto silenzio.I miei reali interlocutori sono stati e saranno sempre gli utenti e i loro familiari,amici,colleghi,collaboratori e conoscenti residenti in una valle che indubbiamente non merita certi servizi…

La responsabile ha assunto una scelta di natura a dir poco dittatoriale,spingendosi ben oltre al consueto approccio autoritario dei Servizi Sociali.Tale ingiustificata scelta non è stata mai concretamente posta in discussione dal mio ex-datore di lavoro,in nome di un silenzio che non mini i rapporti di interesse economico tra Ente e Cooperativa.Un silenzio di cui non mi stupisco ma che nemmeno bisogna normalizzare,in particolar modo in un campo,quello sociale, dove qualcuno pensa ancora di riscontrare sensibilità umane e scelte realmente etiche che altrove, in una mondo sempre più plastificato e dominato dalla sacralità del profitto,sono da tempo scomparse.Silenzi trasversali e indirettamente complici anche di violenze e abusi subiti da un soggetto,purtroppo uno delle tante individualità a cui la libertà e la dignità viene calpestata all’interno di Servizi ed Enti che teoricamente dovrebbero tutelare.

Per una maggiore comprensione in merito ai fatti di cui scrivo,riporto in breve i fatti verificatesi la scorsa estate.

In data 22.7.2016 un utente del Servizio sociale è stato purtroppo sottoposto a una visita psichiatrica(richiesta dal dottor.Beccia e mai sostenuta dal sottoscritto) nella quale la psichiatra,non minimamente criticata dalla figura educativa presente in quel momento,ha ritenuto necessaria una veloce e sbrigativa sedazione e un conseguente trasferimento presso l’ospedale di Bobbio nel quale la persona è stata sottoposta a una continua sedazione per mezzo di elevate dosi di psicofarmaci(rivelatasi comunque non risolutiva come dichiaratomi anche dai sanitari).Nel giorno seguente(23.7)pur non richiestomi dal servizio Sociale, mi sono recato volontariamente in reparto per monitorare personalmente le condizioni di salute del ricoverato e durante le due visite la persona non era minimamente reattiva.Disteso sul letto totalmente sedato.

Ho sempre apertamente criticato il sostanziale disinteresse del Servizio Sociale in merito alla difficile situazione dell’utente,delegandone totalmente la gestione ai sanitari.Sarebbe stato evidentemente doveroso e necessario da parte della responsabile del Servizio sociale richiedere l’intervento degli educatori presenti sul territorio.Sulla base della relazione instaurata con il ricoverato,gli educatori potevano disinnescare pratiche pericolose,violente e non minimamente risolutive(sedazione farmacologica) e il successivo trattamento violento e coatto(T.S.O-trattamento sanitario obbligatorio) richiesto dai sanitari dell’ospedale di Bobbio(con la presenza di ben 7/8 carabinieri di Bobbio…).Il soggetto in questione nella mattinata di domenica 24 luglio è riuscito finalmente ad alzarsi in piedi(dopo quasi due giorni di continua ed elevata sedazione) e recarsi,barcollando,presso la struttura residenziale(ex-seminario di Bobbio)poco distante dall’ospedale,dove in quel periodo era domiciliato.Nella giornata di domenica 24 luglio non era presente a Bobbio nessun psichiatra in servizio presso l’ente pubblico che potesse confermare la richiesta di predisporre un T.S.O,come la legge 833 prevede.Non esistevano le condizioni necessarie per richiedere un trattamento coercitivo ma in ogni caso la persona ha subito indiscutibilmente una pratica violenta.Il soggetto è stato trasferito in S.P.D.C di Piacenza dove è rimasto fino al 5 agosto.

In più occasioni l’assistente sociale dell’ Unione montana ha riferito di aver visto personalmente,durante le visite presso il reparto psichiatrico,il soggetto contenuto al letto con fasce alle caviglie e ai polsi.

In data 2.8 mi reco personalmente,per la terza volta,presso il reparto ospedaliero per poter incontrare la persona ricoverata e decido di chiedere alla d.ssa presente in reparto e alla direttrice Chiesa, specifiche informazioni riguardo lo stato di salute visto che gli operatori sanitari incontrati nel corridoio pochi istanti prima si lamentavano della situazione.

Ho personalmente domandato ai medici se stavano ancora adoperando la contenzione meccanica.La a risposta è stata affermativa,presente la direttrice Chiesa.

La d.ssa(non conosco il suo nominativo) ha dichiarato che nel momento in cui il soggetto sedato vuole alzarsi dal letto e rischia conseguentemente di cadere a terra,i sanitari intervengono contenendo il paziente.Ho risposto che la contenzione meccanica è in primis una pratica atroce e disumana,solo funzionale a creare paradossalmente ulteriore sofferenza nonchè inutile, facendo presente che la semplice presenza di un operatore al fianco del paziente può evitare cadute.Ricordo ai sanitari che la legge considera la contenzione meccanica una pratica estrema, da attuare solo in casi di assoluta necessità e da interrompere immediatamente nel momento in cui i motivi che l’abbiano causata siano cessati.Valuto indegna una legge che concede alla psichiatria il potere di valutare soggettivamente una situazione di pericolo per il paziente e per le persone che gli stanno intorno e conseguentemente legittimare la contenzione.Nel caso specifico è ingiustificabile non solo umanamente ma anche sotto l’aspetto legale visto che la possibilità di evitare la caduta del paziente senza la contenzione meccanica(e nemmeno chimica/psicofarmaci)esisteva.

Il confronto verificatosi per pochi istanti presso il salone del reparto viene ovviamente stroncato dalla d.ssa(al fianco è sempre presente la direttrice Chiesa,che ascolta ma non interviene personalmente)per mancanza di tempo e viene rimandato al momento in cui incontrerà l’assistente sociale.Tale confronto è stato giudicato negativamente dalla responsabile del Servizio sociale con testuali parole:”non puoi andare a dire cosa devono fare i medici”.Solerte a richiamare l’operatore ma indifferente alle violenze che si stavano verificando in reparto.L’operatrice socio-sanitaria in servizio presso l’ex-seminario di Bobbio ha dovuto medicare per due settimane le escoriazioni alle caviglie e ai polsi provocate dalle fasce adoperate in psichiatria/manicomio.

Ognuno tragga le sue conclusioni ma non pensate che l’omertà tra i Servizi si riscontra solo in casi eccezionali e che la violenza dei trattamenti psichiatrici non sia la prassi.

E’ strettamente necessario e urgente sostenere i soggetti che rischiano di cadere nella morsa della pseudo-scienza psichiatrica,mobilitarsi per disinnescare approcci e pratiche disumane e predisporre reali percorsi di sostegno in pieno rispetto della libertà e della dignità dell’individuo.

Che familiari,amici,conoscenti e operatori non stiano a guardare.

Certi silenzi vanno infranti senza indugio,ogni giorno e ovunque.

Val Trebbia(Pc)-gennaio 2017 Educatore prof.le Loris Donazzi